Il mare

La cosa più importante che ho imparato sul mare è che non ha stagione.

Lo sport ti salva

Lo sport ti salva. Ecco tutto.
Non è per tutti uguale e, forse, non è nemmeno per tutti. Però intanto lui se bussi ti risponde sempre. Se vuoi conoscerlo lo trovi pronto. Lui c’è, e se impari a capirlo, se scopri tutto quello che può darti, e se comprendi quale delle sue mille sfaccettature può essere quella adatta a te, allora sei salvo.

Quando dico che lo sport, forse, non è nemmeno per tutti lo penso davvero. Questo perché lo sport, qualunque esso sia, per essere sport nella vera forma, nell’essenza più vera del termine, ti deve entrare dentro.
Lo sport non può essere qualcosa che fai soltanto per la forma fisica. Lo sport non può essere solo qualcosa che fai quando sei a dieta. Lo sport non può essere fissazione per un particolare addominale scolpito e basta. Oggi si sente dire spesso tutto questo. Ma quello non è il senso vero dello sport. Lo sport è vero quando ti dà di più.

Ci sono delle storie fantastiche legate allo sport. È un po’ di tempo che, in base alla mia esperienza, ho voluto sentirne tante altre. Per capire se ci fossero storie simili. Per capire se fosse stato possibile trovare negli altri la stessa cosa che era successa a me e se le storie degli altri avrebbero potuto darmi degli spunti per scrivere di più. Così è successo.

Ho sentito di persone che sono state salvate dallo sport. Forse anche io sono una di quelle. Quando dico che lo sport ti salva non intendo aumentare il valore della frase o non dargli il giusto peso, ma intendo esattamente quello che dico. Che ti salva. Che ti trascina via da quei periodi in cui non vedi la luce. Che ti tira via da quei periodi in cui sei fermo. Che ti aiuta a vedere una soluzione laddove tu non riesci a vederla. Che ti aiuta a buttare fuori un po’ di tutto quello che hai dentro e che forse, per il periodo o per il carattere, non riesci a fare uscire.
Lo sport può anche aiutarti a conoscerti. Ti mostra una persona che non credevi di essere. Ti aiuta anche a superare i tuoi limiti e ti spinge ad un punto massimo in cui non credevi minimamente di potere arrivare.

Poi c’è tutto il contorno, che è piccolo ma altrettanto importante: conoscere persone nuove, regalarti ore di leggerezza e di spensieratezza.
Lo sport può anche insegnarti metodi che poi puoi applicare nella vita di tutti i giorni, come gestire meglio i problemi e i pensieri. Ma c’è anche altro. Ti toglie vizi sbagliati. Molta gente, grazie allo sport, sfogandosi, ha smesso di fumare, di mangiarsi le unghie, è riuscita a superare problemi alimentari o quelli legati all’alcool. E molto altro.

C’è, poi, una cosa fondamentale, che riguarda chi ti può insegnare lo sport. Perché, anche se puoi essere un autodidatta, per comprendere appieno una disciplina, quella che scegli, quella che incontri sul tuo cammino, quella che ti incuriosisce, quella che ti sembra adatta a te, scegli una guida. E questa cosa è fondamentale. Perché se non entri in empatia con il tuo insegnante, se non è una persona che stimi, se non è qualcuno che ti trasmette qualcosa il lavoro vale nulla. Non deve essere una persona che temi, con cui stai in soggezione. Deve essere una persona che senti al pari di te, ma anche una persona che quando la guardi pensi “ho da apprendere da te”.

Io credo che senza lo sport non sarei neanche dove sono. Probabilmente non sarei nemmeno chi sono. È tatuato sulla mia pelle e, soprattutto, dentro di me.
Come sempre, come le cose più importanti, non riusciamo mai a parlarne facilmente, né a fare capire la reale importanza che hanno per noi. Se ci riflettiamo, e non so se questa sia una cosa che riguarda tutti o soltanto i caratteri più introversi, siamo portati a parlare più facilmente di cose semplici e meno importanti. Mentre quando si tratta di parlare delle parti più vere di noi scappiamo a gambe levate. Anche se, forse, non c’è nemmeno bisogno di raccontarle. Perché sono quelle cose nostre, che bastano a noi stessi, e che non sentiamo nemmeno l’esigenza che gli altri le sappiano. Però la vita mi ha insegnato una cosa importante: le nostre storie possono aiutare gli altri. A volte possiamo fungere davvero da esempio e da spunto.

Ho conosciuto tante storie. Ho conosciuto tante persone. Le ho ascoltate. E sono come me.
Io senza lo sport non sarei chi sono. E quando mi sento smarrita, quando mi dimentico ancora una volta chi sono lui c’è.
Sì, ho la scrittura. Però la scrittura è un’arte. Astratta. E come tutte le arti astratte non è sempre a tua disposizione. Chi scrive è una sorta di artista. Ha bisogno della creatività. È come un pittore, che a volte non riesce a dipingere e va in crisi. Cosi anche chi scrive. Nei momenti di smarrimento perfino la scrittura può non aiutarti. Ci sono i famosi blocchi dello scrittore, i periodi no, i momenti in cui ti manca l’ispirazione. Molte volte scrivere è una fatica perché poi, come tutti i lavori mentali, è al pari o ancora più stancante di quelli fisici e manuali. Ecco, quando io ho questi momenti, l’unica cosa che mi salva, l’unica che mi aiuta a ricominciare dal punto in cui ho interrotto, è lo sport.

Io mi ricordo benissimo chi ero prima di adesso. Quando rivedo me stessa, nel mio passato, a volte vedo una persona che non riconosco, una persona che mi è difficile accettare che sia un’altra parte di me. Non so dire se io sia tutte e due ed una parte non mi va di guardarla perché mi fa soffrire. Oppure se sono soltanto quella di adesso e guardare quella di prima non mi fa stare bene perché la vedo un’estranea. Questo riguarda tantissime cose, tanti momenti affrontati nella vita. E riguarda anche lo sport. Perché io sono cresciuta con uno sport che pensavo essere il mio. La danza. Che ha fatto parte della mia vita per tantissimi anni. Ed era la cosa più importante che avessi.
Ricordo quando ero a scuola, non riuscivo a seguire molto le lezioni. Perché guardavo l’orologio e non vedevo l’ora che fosse l’ora di andare a danza. Ricordo che, se tutti il pomeriggio desideravano riunirsi, io volevo andare a danza. Ricordo la prima volta che ho preso un aereo. La prima volta che ho fatto un viaggio dedicato alla danza. E mi sentivo importante, perché mi sembrava un passo in più per potermelo ritrovare nel mio futuro. Per quello sport, che pensavo fosse cucito su misura per me, ho fatto un sacco di sacrifici. Ho sacrificato tempo, denaro, energie, rapporti umani. Ed ho fatto delle cose che, guardandomi indietro, mi vedo un po’ folle. Anche perché mi rendo conto che ero molto piccola. E quindi guardare quella bambina, quella ragazzina, fare quelle follie per quello sport che amava, mi fa sorridere ma mi fa anche notare quanta forza aveva già quella ragazzina, anche senza la consapevolezza di adesso. Quello sport mi ha fatto bene ma mi ha fatto anche molto soffrire. Perché per portarlo avanti dovevo sempre lottare contro tutti, perché le persone più importanti della mia vita non lo vedevano bene e allora era una continua lotta. Ad un certo punto arriva all’improvviso un colpo della vita. E li devi scegliere. Capisci che devi smettere, che non può andare, che hai altre responsabilità, che non puoi più farlo. E chiudi. Chiudi definitivamente perchè, quando una cosa ha un’importanza grande ed è un pezzo fondamentale di te, non puoi tenerlo “tanto per”, come se fosse una cosa qualunque. Ti farebbe più male. Capisci che devi fermarti. Appendi le scarpe al chiodo, come un calciatore.
Cosa succede in questi casi? Mentre chi non ha mai fatto sport, o ne ha fatto poco, se smette non si accorge della differenza, chi ha sempre fatto sport subisce un trauma. Sia al corpo che alla mente. Io ricordo benissimo il mio trauma perché, tra i tanti sintomi, non riuscivo più a ballare. Ricordo che andavo alle feste di compleanno e stavo immobile. Ricordo che non andavo in discoteca. E soprattutto ricordo che non appena c’era la musica scappavo a gambe levate. Ricordo che la cosa che mi faceva soffrire di più, ieri come oggi, erano quelli che volevano che superassi questo trauma per forza. E negli anni è successo spesso. La gente si sente padrona della vita degli altri. Ci sono quelli che per forza ti devono buttare in pista o trascinarti a ballare. Ecco queste sono le persone peggiori. Quelle che, senza nessun criterio, e senza conoscerti a sufficienza, vogliono trasformare il tuo percorso. Che invece devi capire e affrontare da solo.

La prima volta, e forse anche l’unica, che sono riuscita a muovere un passo è stato qualche anno fa con quello che per me è stato un amore importante. Ricordo che anche lui non muoveva un passo e non ballava mai, e questa cosa mi consolava perché sapevo che non mi avrebbe mai portata a ballare né mi avrebbe spinta. Anche se, probabilmente, non l’avrebbe fatto ugualmente. Ricordo che, dopo un periodo difficile tra noi, c’eravamo ritrovati da poco, e fece una piccola follia. Nemmeno pensò al fatto che io non ballassi più e, in maniera del tutto spontanea, mise sul cellulare una canzone mentre eravamo in una piazza. Lui, un uomo tutto d’un pezzo, mentre la gente passava e ci guardava, mi disse “balli con me?”
Nonostante un lento non ci voglia granché per ballarlo, e si trattasse di un semplice dondolio, per me fu comunque molto emozionante.

Dopo questo trauma del passato io pensavo che non ci potesse essere più uno sport per me. Poi, quando il corpo comincia a cambiare e la mente anche, e cominci a stare male, decidi di provare. Allora ricordo che provai mille palestre e mille sale ma non mi piaceva nulla. Mi annoiavo, o non mi sentivo a mio agio. Poi, quando avevo dato tutto per perso, un giorno sono arrivata in una palestra, ho visto un’insegnante, ho provato una nuova disciplina. Ho visto un sacco e dei guanti e lì ho sentito qualcosa. Ricordo quest’insegnante, con gli occhi che parlavano. Che poi negli anni avrei scoperto essere molto simile a me: non parla tanto, non abbraccia molto. Però ti parla con gli occhi. Ha gli occhi buoni. Sorride anche quando non se ne accorge. Nonostante fosse qualcuno con cui chiacchieravo poco, in realtà ci chiacchiero poco anche oggi, è stata una persona che a me ha dato tantissimo. Ci sono voluti un paio di anni prima che riuscissi a dirglielo, è un’abitudine recente. Perché poi ad un certo punto capisci che nella vita il tempo non è ai nostri comodi, e che se sentiamo di dover dire qualcosa a qualcuno non dobbiamo rimandare, dobbiamo dirglielo.

Io ricordo che, essendo una di quelle ragazze molto introverse, all’inizio non pensavo mai di riuscire a colpire quel sacco neanche con un mignolo. Per questo mi mettevo sempre in ultima fila, e forse lo ricorda anche lei. Ricordo molto imbarazzo e molto impaccio. Però col tempo la cosa che mi colpiva era la voglia di andare, di non saltare una lezione. Stavo riprovando quelle sensazioni del passato ma in maniera molto più forte. Lì ho cominciato a sentirmi davvero me stessa.
All’inizio non riuscivo a colpire quel sacco in maniera precisa e con la giusta intenzione. Avrei voluto ma non ci riuscivo. Dopo qualche mese o settimana, la mia insegnante vedendomi sempre in disparte e in silenzio mi disse: “Se tu vuoi riuscire a fare questa cosa devi immaginarti che questo sacco sia qualcuno che ti ha fatto stare male, o il tuo problema della giornata, o quello che in questo momento non sta andando nella tua vita. Tu cosa faresti con questa persona? La prenderesti a pugni. Ma nella vita normale non puoi farlo, perché ti arrestano e perché la violenza non si usa, però qui puoi farlo“.
Quel giorno mi ha cambiato la vita. Forse lei nemmeno lo ricorda, perché un’insegnante ha tanti alunni e ne vede tanti tutti i giorni di tutti gli anni. Io, da quel giorno, tutte le volte che sono entrata in sala, ho scaricato le mie giornate, i miei pesi del passato, del presente e le preoccupazioni del futuro. Da quel momento tutto è andato in avanti e io mi sono ritrovata in prima fila, messa al centro, senza sbagliare nulla e vivendomi tutto al massimo delle mie forze. Poi lei è riuscita a fare un miracolo in più perché è riuscita ad avvicinarmi a tutto quello che prima in palestra mi annoiava. Lei è riuscita a costruirmi un percorso mio, a farmi capire tutto quello che potevo fare, a sfidare me stessa e a poter fare sempre di più.

Davvero lo sport ti può salvare. Non dico che da quando ho scoperto lo sport non ho più avuto periodi no, periodi pesanti e periodi brutti. Ne ho avuti molti. Ma la differenza è stata nel come affrontarli. Ogni volta che sono arrivata in quella sala sono uscita diversa da come ero entrata. I problemi li ho sentiti un po’ più leggeri. Forse ho pensato che avrei potuto sistemare le cose o che tutto sarebbe andato meglio, prima o poi. Lo sport ti insegna che non hai limiti. E che, se li hai, non è una vergogna, non è un problema. Ti devi dare tempo. E li devi anche accettare, i tuoi limiti. Perché siamo umani. Ti insegna che se una cosa non ti fa stare bene non la devi fare. Ti insegna che devi imparare a conoscerti.

Finchè lo sport lo vedi solo come qualcosa che devi fare, quasi come se fosse una medicina, non ti aiuterà. Non ti aiuterà se imposto da qualcuno. Non ti aiuterà se devi incarnare il sogno in cui qualcuno non è riuscito. Non ti aiuterà se non te lo senti cucito addosso. Non ti aiuterà se deve essere una fatica andarci. Non ti aiuterà se non vedi l’ora che finisca o se ti senti a disagio. Non ti aiuterà se non ti senti a Casa.

Lo sport ti può salvare. Tutte le volte che in passato sei crollato, che hai avuto momenti bui, che hai preso direzioni sbagliate, oggi che c’è lo sport, oggi che hai imparato a farlo essere parte della tua vita, impari che appena stai prendendo la strada sbagliata, appena stai reagendo nel modo errato ai problemi, lui ti dice: “Sono qui per te. Prenditela con me, ma non con te stessa. Non farti più male.”

Grazie a Marianna Camelia per le foto. Abbiamo imparato a volerci bene parlando di sport.

Dedicato alle Donne

Dedicato alle donne che bastano a loro stesse. Quelle che non si accontentano.
Quelle che scelgono di stare con qualcuno

per amore, soltanto per Amore.
Quelle che non hanno paura della solitudine,
perché hanno capito che può essere un tempo per conoscersi e per ascoltarsi.
Dedicato alle donne che da sole

sanno fare tutto.
Quelle che hanno imparato a cavarsela
nei guai più grandi, nei dolori più forti,
nelle salite più ripide.
Quelle che quando sono cadute
si sono rialzate da sole.
Quelle che oggi chi le ferma più.
Quelle che non hanno bisogno di un uomo

per riempire i loro vuoti, il loro tempo,
i loro spazi. Ma il loro cuore.
Dedicato a quelle donne che non cercano

un uomo, ma quell’uomo. Quello che le completi, come l’ultimo pezzo di un puzzle.
Quelle che non vogliono la tua casa,

la tua macchina, il tuo conto.
Quelle che vogliono solo lasciarti il pezzo più buono della loro pizza, il loro tempo per accompagnarti nella vita, la loro mano per farti sentire la metà del peso e i loro occhi
per farti ricordare la strada di casa.
Dedicato a tutte quelle donne

che sono corteggiate ma non se ne vantano, perché si vanteranno, un giorno, solo di te.

I capelli delle donne

Non per tutte le donne i capelli sono uguali. Per alcune sono solo un elemento di bellezza, per altre molto di più. Sono protezione, ad esempio. Per questo non riescono a tagliarli mai corti. Sentirsi le spalle coperte, ecco tutto. E poi sicurezza.
Se abbassi lo sguardo, nei momenti difficili e tristi, oppure in quelli belli e d’imbarazzo, loro ti seguono. Seguono i movimenti del tuo viso e ti accompagnano, nascondendo le emozioni che non vuoi far vedere.

Conta chi sceglie di esserci

Poi, di colpo, accade qualcosa. All’improvviso, durante la giornata. Di imprevisto, di forte, d’impatto. Ed è lì che capisci quello che fino a quel momento non avevi compreso. Oggi, quello che ho capito all’improvviso, nella mia giornata d’impatto, è che per capire chi davvero ci ha amati basta sapere che c’è stato. Non servono i regali che ci ha fatto, le sorprese che ci ha preparato, le volte che abbiamo litigato, quelle in cui ci siamo detti il peggio e quelle in cui ci siamo detti addio. Conta chi, nonostante tutto questo, è rimasto, sempre. Non perché tu glielo hai chiesto. Non quando tu l’hai cercato. Non quando tu gli hai raccontato. Conta chi è rimasto, da solo. Libero di scegliere. E ha scelto di esserci, anche con difficoltà, anche nei periodi in cui temeva che per lui non ci fosse più posto. Conta chi, nel bel mezzo della giornata, a volte all’improvviso ti ha chiesto “Come stai?” Così senza un motivo apparente, così solo perché ti stava pensando. Ecco, conta chi ti pensa e te lo dice. Scavalcando ogni limite e abbattendo ogni muro. E conta anche chi, pur non riuscendo a dirtelo, ti dice altro che ti riporti a quello. Chi ti ha visto nelle condizioni peggiori, nei momenti in cui ti sentivi più fragile, quelli in cui respingevi e allontanavi tutti.
Oggi ho avuto il mio momento d’impatto, la mia giornata più dura, dove devi essere forte. E quando mi sono girata pensavo non ci fosse nessuno e, invece, ancora una volta c’eri tu. Senza che sapessi nulla di me. Senza che io te lo chiedessi. C’eri. Ci sei.

Sul cuore

Vorrei raccontarti di tutte le volte che ti penso.
La mattina, appena apro gli occhi.
Quelli grandi, che amavi tanto.
Sicurezza e rifugio per te.
Sei già sveglio? Dormi ancora?
Sono tra i tuoi primi pensieri?

Vorrei raccontarti di tutte le volte che ti penso.
È mattina presto, io e te e basta,

una passeggiata in una città sconosciuta.

Sono in cucina, l’odore del caffè.
Sarà dura anche questa giornata?

Mi avresti detto no, anche se sapevi
sarebbe stato un sì.

Di quando entro al supermercato.
Vorrei comprarti tutto quello

che non posso più regalarti.
E che sarebbe stato sempre la metà
di tutto quello che tu compravi per me.

Stasera mangio fuori.
Sto chiudendo casa e penso a te.
Scendo le scale e penso a te.
Apro il portone e guardo la macchina,
anche se lo so che non ci sei.
“Dove andiamo?” Chiedevi.
“Non lo so, scegli tu” Rispondevo.
E passavamo delle ore. Indecisi e complici.
Divertiti e complici. Arrabbiati e complici.
Complici sempre, io e te.
Invece stasera hanno già scelto.
Non passerò delle ore, indecisa.
E non sarò complice, di sguardi e sorrisi.

Di baci e abbracci stretti.

C’è la nostra canzone.
Al mare e al centro commerciale.
In macchina e alla televisione.
Stai cercando un modo per parlare?

C’è una coppia di anziani, qui davanti a me.
Si sorridono, stretti, e un po’ litigano,

ma sempre stretti.
“Io e te tra qualche anno” Avresti detto.
Avrei sorriso. Sorrido anche adesso.
Chissà se torneremo, tra qualche anno.

Vorrei raccontarti di tutte le volte che ti penso.
E sono tante, come vedi.
E ne mancano molte altre, mi credi?

Il tempo non serve a dimenticare,
la distanza non basta per non amare,
il silenzio si può ascoltare.

Ti porterà lì, dove sei rimasto,
lì, dove ti tengo.
In alto, a sinistra.
Sul cuore.

L’autunno come stato d’animo

Nietzsche diceva: “Penso che l’autunno sia più uno stato d’animo, che una stagione”, ed è da qui che parte la mia riflessione di oggi.

Siamo ormai dentro la stagione dell’autunno e, benché tra Nord e Sud in questi giorni ci siano delle sostanziali differenze climatiche, perfino in quelle città dove ancora c’è un clima fortemente estivo l’autunno si fa sentire. Magari lui in queste città più calde sta provando a nascondersi: il sole forte, l’assenza delle piogge, il cielo sereno, la mancanza delle nuvole grigie. Forse non tutti abbiamo ancora indossato i primi maglioni comodi, quelli che tendono a farci sentire un po’ protetti, spesso molto larghi, quasi che potremmo nasconderci dentro.
Eppure, anche se non si respira l’aria fresca e frizzante, anche se molti di noi sono ancora con le maniche corte, l’autunno c’è. Ed è dentro di noi. È uno stato d’animo.

L’autunno è un periodo che porta con sé riflessione, malinconia, a tratti anche nostalgia.
Abbiamo la tendenza a riflettere poco sulle stagioni intermedie, autunno e primavera, e a considerare quelle principali, inverno ed estate, come quelle maestre. Le vediamo come le due stagioni forti, le due stagioni che dividono l’anno. Come se quest’ultimo fosse fatto per metà dall’inverno e per metà dall’estate. E le altre due stagioni, piccoline, come se fossero lì solo per dare un attimo di pausa prima di entrare in una delle due grandi stagioni. Eppure non è così, le due stagioni dell’intermezzo hanno un’importanza fondamentale. Sono entrambe due stagioni di rinascita. Solo che la primavera porta con sé una rinascita allegra e gioiosa, una rinascita piena di energia, come quando la mattina ti svegli dopo aver dormito tutta la notte. Sì, hai un attimo di stordimento, però poi sei pronto per iniziare la giornata. Ecco la primavera è così. Dopo il freddo, dopo un periodo carico e pesante è come se arrivasse per un attimo un momento più leggero.
Invece l’autunno è una stagione malinconica e nostalgica. Però viene vista solo come questo, ma in realtà è molto altro. È molto di più. Anche l’autunno è una stagione di rinascita, una stagione che può essere vista in chiave positiva.
L’autunno ha una magia di colori, una magia di giochi della natura, unica. Anche se a tutto questo oggi, con la vita frenetica che facciamo e con l’importanza che diamo alle cose materiali, sembriamo non accorgercene nemmeno. Eppure, se ci fermassimo solo un attimo ad osservare la natura potremmo, probabilmente, anche riconoscerci in essa.

In autunno, se ci prendessimo del tempo per camminare, potremmo imbatterci in tappeti di foglie. Questa è la prima metafora, la prima cosa che dovremmo attenzionare. Le foglie che cadono vengono viste come qualcosa di morto, che cade via. In realtà c’è di più. Le foglie che cadono rappresentano le cose che inevitabilmente dobbiamo lasciare andare, le cose che non possono più stare con noi, che non dobbiamo più tenere. Anche se a volte vorremmo metterci noi controvento per cercare di tenerle. Quante volte nella vita ci capita di tenere qualcosa non perché ci fa felici, non perché è quello di cui abbiamo bisogno, ma semplicemente per abitudine o per paura? La paura del salto nel vuoto. Perché, lasciando andare qualcosa, non sappiamo con cosa ci ritroveremo. Magari con niente, o magari con qualcosa di più bello che ci sta aspettando e che non può entrare nella nostra vita perché noi stiamo occupando quel posto con qualcosa che non ci appartiene più. Ad esempio i rapporti sbagliati. Rapporti che non ci fanno bene, che forse nemmeno ci piacciono più, che non hanno più neanche un significato.
E ancora, un lavoro che ci rende frustrati, una casa che non ci fa sentire “a casa”, una città che non ci fa stare bene, che non ci fa respirare. A volte è come se restassimo incastrati nelle situazioni, come se ci volessimo far del male da soli. Incolpiamo la vita per le situazioni sbagliate che ci accadono, ma quante volte quelle situazioni sbagliate siamo noi ad alimentarle e a tenerle in piedi? Come le foglie, impariamo a lasciare andare. E se all’inizio avremo la sensazione di essere rimasti senza nulla, dobbiamo semplicemente aspettare che germoglino nuove foglie. Che per l’uomo potrebbero rappresentare nuovi incontri, nuove opportunità, nuove situazioni.

L’autunno dovrebbe essere visto come un nuovo inizio: le foglie cadono, si tagliano i rami secchi e si riparte, da se stessi. È un momento di rinascita. Un momento in cui si fanno grandi riflessioni, si traccia un bilancio delle nostre azioni. In realtà è questo il momento in cui si fa un vero bilancio dell’anno che è appena passato, che non coincide con dicembre, ma con la fine dell’estate e con l’entrata dell’autunno. Raccogliamo quello che abbiamo seminato durante l’anno e, se abbiamo seminato bene, siamo contenti. Se invece quello che abbiamo seminato non ci piace, se guardandoci indietro non siamo soddisfatti, allora dobbiamo cambiare qualcosa. Faremo nuovi propositi e impareremo a prenderci cura di noi stessi.

L’autunno è una stagione che inevitabilmente ci fa guardare indietro, ci fa vedere cosa stiamo lasciando. E quando dobbiamo lasciare qualcosa abbiamo sempre una sorta di tristezza. Però, in realtà, questo sguardo al passato, questa tristezza, può darci la cosa più importante di tutte: l’esperienza.
Di solito siamo portati a guardare le situazioni precedenti che ci hanno fatto male, o che non si sono concluse come volevamo, con due diversi stati d’animo. Uno è quello della rabbia, quando abbiamo forti rancori e sentimenti rabbiosi. L’altro è quello della chiusura, quando una situazione ci ha fatto così male che facciamo finta di non vederla più. Perché non siamo pronti a guardarla davvero e a trarre da essa l’insegnamento che vorrebbe lasciarci.
Invece dovremmo imparare a trarre solo il positivo dalle situazioni che ci hanno fatto male. Esperienza. E può servirci, per provare a fare andare meglio le situazioni che verranno. Può servirci a farci capire cosa abbiamo sbagliato, cosa avremmo potuto fare meglio. Dovremmo imparare ad accettare che, per quanto ci abbia ferito, quel dolore ci ha fortificati.

L’autunno è una stagione molto silenziosa. Alcuni cercano di riempire questo silenzio a tutti i costi, quasi che non vogliamo ascoltarlo e ascoltarsi. Invece il silenzio non va per forza riempito, a volte il silenzio va semplicemente vissuto.
Magari potremmo imparare a sederci accanto ad un albero, forse ci renderemmo conto di quante cose ci può insegnare. Gli alberi ci insegnano il vero senso del cambiamento: lasciare andare quello che non serve più, le foglie e i rami, ma rimanere chi siamo, nei nostri valori, nei nostri tratti principali, nei nostri sogni, nei nostri affetti più cari e nei nostri amori più veri. Ciò che siamo è simboleggiato dalle radici, che non vengono sradicate dall’albero.

Anche i colori sono importanti durante l’autunno. Sono, per la maggior parte, colori molto caldi. Come le tonalità del marrone, o le variazioni brillanti del verde. Sono tutte tonalità che ci fanno pensare alla terra. Ed è appunto sul concetto di terra e radici quello su cui dovremmo soffermarci. Anche se molti vedono nell’autunno solo un tempo di freddo e tristezza, esso in realtà può essere anche simbolo di calore. Un calore che significa imparare ad abbracciare anche quando non sembra il tempo giusto. Un calore che significa imparare a vedere il sole anche quando non è la sua stagione.

L’autunno è un tempo particolare. È un tempo in cui dobbiamo imparare a fare i conti con quello che speravamo ci lasciasse l’estate, e invece non l’ha fatto. L’estate spesso ci lascia dei buoni propositi, essa è forse la vera fine dell’anno e il vero inizio dell’anno nuovo. Quanti buoni propositi facciamo per settembre? Quanti programmi? Quanti nuovi inizi sperati? Poi settembre arriva, e forse non siamo ancora pronti per concretizzarli. Forse ci siamo imposti un tempo troppo preciso per fare accadere troppe cose. Il problema è che il tempo preciso non esiste. Forse a volte abbiamo bisogno di più tempo. E, il fatto che abbiamo paura a prendercelo questo tempo, il fatto che pensiamo di non meritarcelo dovrebbe farci capire che a volte siamo noi a remare contro noi stessi. Allora l’autunno è quel periodo intermezzo che ti sta dicendo “c’è ancora tempo. Ti aspetto prima dell’inverno. Ti faccio da ponte con esso. Tu prenditi il tuo tempo. Prova a realizzarli i progetti che ti eri messo in testa, i programmi che avevi fatto. Impara anche ad essere flessibile però, a non colpevolizzarti e a non rimproverarti se non riesci a rispettare tutte le scadenze. Impara a viverlo il tempo, ma a non comandarlo. Perché il tempo non lo puoi comandare.” Ecco, se il tempo potesse parlarci sono certa che ci direbbe esattamente questo.
L’autunno è quella stagione nella quale sembra che il tempo rallenti. E questa lentezza del tempo va vissuta. È un periodo introverso. Un periodo in cui bisogna prendersi un po’ di tempo per sé. Chiudere gli occhi e provare a sentire l’aria. Non soltanto a respirarla, ma ad ascoltarla. A sentire il rumore del vento, a sentire il tempo del cambiamento e, chissà dove ci porterà.

Caro amore ti scrivo

“Ciao amore mio.”
Fu questa la prima fase che scrissi in un foglietto un giorno che mi mancavi così forte da non riuscire più a tenerlo dentro di me. Eravamo già lasciati da un po’, ma questo non sempre riesce a cambiare un sentimento.
Tutte le volte che prendevo il telefono poi non riuscivo a chiamarti, né inviavo alcun messaggio. Quando passavo sotto casa tua rallentavo sperando di incontrarti, spesso facevo anche qualche giro in più, ma di scendere dall’auto ed aspettarti non riuscivo.

Così quel giorno presi un foglio e ti raccontai la mia giornata, tutto quello che avrei voluto dirti se fossi stato ancora accanto a me.
Ti scrissi anche il giorno seguente, e quello dopo ancora. Ti raccontai di quando mi venne la febbre, di quando mi licenziarono, e di quella volta che il mare mi sembrava così bello da vedere noi due riflessi insieme sulla superficie dell’acqua. Ti ho raccontato anche di quelle volte in cui mi mancavi così tanto che non sapevo più cosa fare. E allora combinavo guai, prendevo strade sbagliate per non sentire quel vuoto, ti provocavo a distanza nella maniera più stupida, sbagliando innanzitutto io con me.

Su quei fogli ti raccontai anche di quella volta che, andando a prendere una birra per lavoro, mi ritrovai attorniata da uomini che facevano a gara per emergere ai miei occhi. Poveri illusi, non capivano che i miei occhi erano di un altro? Quella sera mi capitò di sorridere più volte da sola, volgendo lo sguardo altrove insieme ai pensieri, immaginando di raccontarti tutto e di vederti ingelosire in quel modo quasi buffo che mi faceva così ridere. Ti ho raccontato di quei giorni in cui fingevo che tutto andasse bene, quei giorni più duri, quelli dove sorridi alla gente ancora più forte perché nessuno possa accorgersi dei colpi bassi della vita, del dolore che ti riserva proprio quando non te l’aspetti.
Sì, me lo ricordo ancora il primo giorno che presi un foglio per scriverti. Terminava così: “Ti scriverò, ogni giorno, così quando ci rincontreremo saprai che ti ho tenuto sempre con me.”

Al sicuro

Guardarti negli occhi mi ha sempre
calmato il cuore. Lo sai, sono stati i
tuoi occhi a farmi innamorare di te.
L’ho capito le prime sere in cui uscivamo,

quando li avrei potuti guardare per ore
senza stancarmi. Lo so, ho sempre parlato
poco e questo ti infastidiva. Il silenzio a te
non piace. Il silenzio non piace neanche
a me: pensare di non aver più nulla da dire
a chi mi sta accanto, pensare di camminare
insieme nella vita solo in apparenza e poi
ognuno viaggia in un mondo suo, pensare di
perdersi piano piano. Ecco questo è il silenzio
che mi fa paura. Amo però un altro tipo di
silenzio, quello in cui sembra parlare l’anima,
quello che era fatto dei miei occhi che si
perdevano dentro i tuoi, quello fatto di calma
e serenità. Quella serenità che aspettavo da
tutta la vita, quella che il nostro silenzio
riusciva a donarmi. Stare in silenzio non è
facile come sembra. Quando il silenzio pesa,
quando devi inventarti qualcosa da dire,
quando sembra che bisogna parlare per forza,
vuol dire che non sei con la persona giusta.
Quando invece in silenzio si può stare, quando
lo riesci ad abitare, a respirare, ecco che hai
trovato Casa. Ogni volta che ti vedevo da lontano aspettarmi, ogni volta che aprivo la macchina,
ogni volta che mi aprivi la porta di casa,
nonostante il freddo, il sole e la pioggia, io
ti guardavo da lontano e già sorridevo.
Sorridevo perché, anche se sei sempre bello,

quando mi vedevi spuntare in lontananza
mi sorridevi anche tu e mi guardavi come
chi vede la cosa più bella tra tutte, ed era quel
tratto piccolo di strada che facevo verso di te a rendermi già felice. Per poi arrivare e abbracciarti. “Sono a Casa” pensavo in silenzio ogni volta,
anche se non riuscivo mai a dirtelo.
Tu mi guardavi, mi spostavi i capelli,
mi fissavi negli occhi. Quegli occhi che amavi tanto

e nei quali sentivo perderti ogni volta.
Ogni volta che mi vedevi, anche se mi avevi vista
pochi giorni prima, sembravi cercarmi,
sembravi aver paura di non ritrovarmi.
E quando ti rendevi conto che ero ancora lì per te,

solo tua, sorridevi di nuovo e mi abbracciavi, mi stringevi forte. Abbiamo avuto molti problemi,
è vero, continue lotte contro tutti e tutto,

e perfino tra noi due stessi, fino a diventare
così stanchi. Fino a convincerci che perderci
fosse la cosa migliore. So che stare con me
non è facile, so che la mia non serenità si

ripercuoteva a volte con te, e forse l’avrebbe fatto ancora, o forse no. Avrei voluto solo che tu fossi
rimasto. Voglio dirti una cosa che fino ad oggi

tutte le mie insicurezze e le mie fragilità non
mi hanno permesso di dirti: io ti avrei scelto
di nuovo, ti avrei scelto ancora, ti avrei scelto
sempre. Hai presente quando torni a casa,

posi le chiavi all’ingresso, e sorridi perché
sai di essere al sicuro? Ecco cosa eri per me.