I vuoti

Sono tanti e diversi i vuoti che ci portiamo dentro. E a volte per non sentire quanto male fanno si tende a riempirli in ogni modo. Eppure quello che si ottiene è un risultato insufficiente. Perché?

Ci sono vuoti che per quanto si prova a riempirli sembrano come senza fondo. Più metti, più togli. Ciò che metti si disperde. I vuoti che ci portiamo dentro hanno nomi, cognomi, volti, momenti, luoghi. A volte facciamo finta di non saperlo per proteggerci, per non ammettere a noi stessi quelle verità che spesso sono dolorose. Altre volte sappiamo bene l’origine di quei vuoti, ne siamo consapevoli, ma non riusciamo a trovare il modo giusto per riempirli. Forse perché un modo giusto in realtà non c’è. O meglio, ci sono vuoti che possono essere riempiti soltanto dalle persone che li hanno creati, lasciati. Sono quei vuoti con nomi e cognomi, volti specifici. Vuoti che non sono riempibili con chiunque. A volte ci proviamo. Incontriamo delle persone che apparentemente sembrano avere la misura di quel vuoto. La nostra speranza cresce. Pensiamo che forse finalmente smetteremo di sentire quel vuoto, che si posiziona lì all’altezza del cuore quando vuole farci più male, e altre in gola creando un nodo stretto che neppure il più abile dei marinai sarebbe in grado di fare. E stringe. Stringe fortissimo. Ci fa sentire come in una morsa. E ci fa mancare l’aria.

Ecco perché speriamo sempre di trovare qualcuno che combaci con il nostro vuoto, per non sentire più quelle sensazioni. Ma la realtà è che i vuoti non si possono riempire con chiunque. Mentiamo a noi stessi quando ci accontentiamo, quando fingiamo di stare bene, quando ci illudiamo di poterci girare dal lato opposto di quei nomi, cognomi, volti specifici.

Ogni situazione è a sé. Ci sono i vuoti creati dall’assenza delle persone che non ci sono più, quelle che sono volate in alto. Che sono andate via all’improvviso, o troppo presto. Malattie, vecchiaia, incidenti. Non ci si abitua mai ad un’assenza del genere, ma è un tipo di vuoto che il più delle volte non ha colpevoli, se non l’amarezza, l’ingiustizia, la rabbia della vita.

Ci sono poi i vuoti creati da chi c’è, esiste, ma ha deciso di non esserci del tutto. Come quei padri o madri che abbandonano i propri figli, o non se ne prendono cura, o non riescono ad amarli. Consapevoli o inconsapevoli scavano vuoti che loro, i figli, non riempiranno mai, e con i quali sono costretti a convivere ogni giorno. Questo tipo di vuoto ha forse dei colpevoli, ma anche qui il più delle volte non ci sono spiegazioni che bastino a noi stessi, ragioni che sentendole o immaginandole possano giustificare quelle assenze. Puoi solo sperare di abituarti a convivere con quel dolore, che non sia troppo forte, che non si faccia sentire ogni giorno ma solo ogni tanto. Puoi solo sperare che il tempo ti aiuti ad abituarti. E se sei fortunato puoi incontrare qualcuno che, seppur non potendo sostituire appieno quelle figure mancanti, riesca con tutto l’amore a farti sentire un po’ meno quei vuoti. Che in questi casi sono voragini.

E infine c’è un ultimo tipo di vuoto. Quello che si forma durante il nostro cammino. Man mano che conosciamo qualcuno, che ci condividiamo la vita, e che poi infine perdiamo. Tale vuoto può formarsi in modi diversi: qualcuno che ci lascia perché non ci ama più, qualcuno che lasciamo noi perché siamo noi stessi a non amarlo più, o qualcuno che si è costretti a lasciare. Vuoti diversi. Di cui il peggiore è sicuramente il terzo.

Si tratta di quelle persone che devi lasciare andare non perché vuoi, ma perché devi. E fare le cose per dovere di solito è sempre peggio che farle per piacere. Un po’ come quando sei costretto a prendere le medicine, a studiare per un esame, a lavorare anche quando vorresti fare tutt’altro. Ecco, lasciare andare qualcuno anche se non vorresti. Qualcuno potrebbe obiettare: se non vuoi perché devi? Perché ci sono rapporti che anche se sono stati bellissimi, ti hanno reso felice e ti hanno fatto credere che la vita potesse essere migliore anche per te, sono instabili, pieni di vuoti a loro volta. Sembrano un percorso ad ostacoli senza fine. All’inizio sei motivato e cominci con tutta la forza a saltarli, uno dopo l’altro, abilmente. Dopo un po’ cominci ad essere stanco, così guardi avanti cercando almeno un punto d’arrivo, un traguardo, qualcosa che possa stimolarti e convincerti che ne possa valere ancora la pena di saltare tutti quegli ostacoli. Ma all’orizzonte non vedi nulla, le gambe cominciano a cedere e la stanchezza a farsi sentire sempre di più. Cerchi una mano, che possa un minimo sorreggerti, farti sentire di meno il peso di quel cammino ad ostacoli. Magari in due i pesi e gli ostacoli diventano la metà. Ma per quanto ti giri, e la cerchi, quella mano non c’è. E allora cominci a chiederti che senso ha quel cammino, se lo stai facendo solo tu, se quella fatica è giusto continuare a sentirla o se invece devi lasciare stare.

Qui non si tratta di arrendersi. Si tratta forse di assecondare l’altra parte. Che ha scelto di non lottare, di non camminare, di non esserci. Forse gli è mancato il coraggio di lasciarti andare, anche se voleva, e allora quel coraggio sei costretto a trovarlo tu per entrambi. E quindi lasci andare. Ma è sbagliato pensare che sia facile. Chi lascia andare viene visto come il più forte, il cattivo della situazione. Ma spesso non è così. Spesso si soffre a lasciare tanto quanto essere lasciati.

E così ecco il terzo tipo di vuoto. Il peggiore. Perché sai benissimo quanto felice eri quando non c’era. Felice come forse nella vita non eri stato mai. Di quel vuoto non sai solo nome, cognome, volto. Ma anche ogni tratto, gesto, difetto, pregio, modo di fare, particolari che hai notato solo tu, dettagli che hai custodito ogni giorno.

Sorridi alla gente. Cammini. Vivi ogni giorno come se non fosse cambiato nulla. Come se tu sia sempre lo stesso. Ma dentro. Dentro non sei più tu. Riempire quei vuoti è difficile. Ci sono incastri che nella vita non ricapitano. Come in un puzzle. Dove soltanto un pezzo corrisponde ed è perfetto per un altro. Ci sono pezzi di vita imperfetti che accanto diventano perfetti. Ma devi lasciare andare. Se vuoi salvarti. Puoi solo sperare che un giorno la vita metta sul tuo cammino un altro pezzo che sappia combaciare anch’esso con te. Magari un po’ meno, magari un po’ di più. Uguale, senza dubbio, non sarà possibile.

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