Settembre, un nuovo anno

Un anno. È passato un anno da quando ho strappato quel biglietto aereo, disdetto il pre-contratto per la casa e detto all’azienda che no, quel contratto di lavoro lo riconsegnavo senza firma.
Ci ho pensato spesso durante quest’anno e, più di tutto, durante quest’estate, in un uno dei periodi più difficili.
Quando fai una scelta nella vita è inevitabile che tu ti chieda spesso come sarebbe andata se avessi scelto al contrario. Solo adesso ho capito che è giusto chiederselo, ma non troppo.

Quest’estate ho rivissuto tutto di un anno fa. E riviverlo non è sbagliato, anzi, serve per superare tutto. Per riiniziare bene.
Crescendo ho imparato che la vera fine dell’anno è agosto, non dicembre. Ferragosto è un po’ come Capodanno. Perché lo senti che passato quel giorno l’estate sta un po’ finendo. Agosto è il mese in cui tracci il bilancio dell’anno appena trascorso, e ti prepari per quello nuovo a Settembre.

Io me lo ricordo un anno fa. Me lo ricordo bene.
Ero innamorata. Non come le altre volte, era diverso, anche se non sapevo spiegare come. Insomma, quando incontri una persona e pensi sia stata cucita su misura per te. Ero felice. E nel conoscere quella felicità mi ero resa conto che io felice non lo ero stata mai nella vita.
Di quelle persone che conosci per caso, proprio quando tu con l’amore avevi detto “basta”. Insomma ero felice. Anche quando le giornate andavano storte. Anche quando tutto il resto non andava.
Ricordo che facevo tanti lavori “perché dovevo”. Solita storia di molti, no? Devi arrivare a fine mese in qualche modo. Da sempre in realtà. La differenza è che, forse, prima un po’ mi era pesato. Poi avevo incontrato lui e di colpo il mondo era diventato leggerissimo, una piuma! Insomma avete presente quando guardate quei film, o leggete quei libri, e pensate che quelle cose a voi non capiteranno mai? Che forse nemmeno esistono? Ecco Giorgio Faletti diceva: “Ci sono cose che sembrano possibili solo nei film. Nessuno sa che a volte finiscono nei film proprio perchè sono già successe nella realtà”.
Io lo stavo vivendo. E non una favola attenzione, le favole non hanno senso. Ha senso la vita reale. Fatta di litigi, incomprensioni, sfuriate, fare finta di odiarsi per poi amarsi più di prima. Insomma la vita vera. Cucini, pieghi un pigiama, fai colazione, lavi i piatti, fai la spesa, aspetti che stacchi da lavoro per raccontarsi tutto, piangi, urli, ami. La vita vera. Quella quando decidi in due, e serenamente, che forse per mangiare in quel locale aspettate il mese prossimo, che in questo siete già entrambi con i soldi contati. Perché tanto a casa state benissimo. Oppure uscite, sì, ma per un panino al volo. Che tanto non vi manca niente lo stesso. La vita vera. Quella che se tu hai un problema, quel problema è anche il mio. E se posso ti do una mano, sennò ti abbraccio e basta.

Io me lo ricordo ancora quel giorno. Il giorno in cui un mio ex professore mi chiama e mi dice che c’è questa opportunità. C’era quest’azienda importante italiana, che stava aprendo una sua nuova sede in una città all’estero. C’erano solo due posti nel settore mio, attinente alla mia laurea. Penso: “lo faccio o no il colloquio?” Prima mi dico “ma che lo faccio a fare? Figuriamoci se su mille persone tra quei due posti prendono me”. Poi però decido di mettermi alla prova. Non perché quel posto lo volessi ottenere per forza, ma perché volevo vedere dove le mie capacità potessero arrivare.
Sono sempre stata così io. Mi ricordo ancora quando appena finiti gli esami di maturità presi un aereo di nascosto dai miei genitori e volai a fare i test d’ingresso per una delle Università che sognavo, un po’ lontana e che non avrei mai potuto permettermi in quel momento. Però volevo farli lo stesso quei test. Anche in quel caso, non mi interessava prendermi quel posto, mi interessava sfidare le mie capacità. Lo feci.
E feci anche il colloquio l’anno scorso. Ricordo che quel colloquio fu stranissimo. Come sempre mi ero preparata al meglio, per forma e presenza, per poi finire in un disastro totale. La solita Bridget Jones, come mi chiama mia madre. Feci delle brutte figure assurde, inciampai nella mia solita spontaneità con cui faccio a botte spesso. Quando finì pensai a tutte le stupidaggini che avevo detto, a tutte le parti di me che non so contenere e mostro inconsapevolmente. E che non sono proprio la forma ottimale in questi casi. Poi non ci pensai più, continuai la mia vita normalmente.

Pochi giorni dopo vengo contatta: esito positivo del colloquio, più tutti i dettagli qualora avessi accettato. Capito? Presa. Ero stata presa. Scelta. Proprio io. La Bridget Jones.
C’era tutto in quella possibilità che la vita mi stava dando: un contratto per un lavoro sicuro e fisso (che qui probabilmente non otterresti mai), uno stipendio dignitoso e, soprattutto, la possibilità di poter vivere in un’altra città dimenticando la mia. Tutto quello che avevo sempre desiderato. Tra un mese esatto da quella telefonata sarei dovuta partire. Il primo di settembre iniziava praticamente tutto.
Mi davano qualche giorno per pensare. Chiusi il telefono nell’incredulità e nella confusione più totale. Lavoro fisso e amore vero. La vita me li aveva mandati entrambi insieme, nello stesso momento. Solo che l’uno escludeva l’altro. Cosa avrei dovuto scegliere?
Passai i giorni a pensare. Il lavoro mi avrebbe dato tutto quello che avevo sempre desiderato. Ma lui, quel lui, era stata la cosa più bella di tutta la mia vita.

Me lo ricordo ancora il giorno che glielo dissi. Era molto contento per me, insomma finalmente la mia vita sarebbe potuta cambiare e finalmente era arrivato ciò che desideravo da sempre. Mi disse.
La prima volta rimasi sconvolta. Ebbi l’impressione che non gli importasse nulla di perdermi. Per fortuna si rese conto da solo che quello non era il modo giusto di “proteggermi” allontanandomi da lui. Non puoi decidere tu al posto del cuore. Credo se ne rese conto. Perché poi lasciò parlare solo lui, il cuore intendo.
Lui era distrutto quanto me. Perderci ci faceva male. Che senso aveva la vita nell’averci fatto incontrare per poi dividerci? Cosa voleva dimostrare? A quale prova ci stava sfidando? Anche perché lei, la vita, lo sapeva bene che non avremmo mai potuto gestire una storia a distanza. In primis perché io non ci credo e non ne uscirei viva. In secundis perché anche lui, come me ma per cose diverse, aveva una vita stra complicata che non gli avrebbe mai permesso spostamenti.

Me lo ricordo agosto dell’anno scorso. Me lo ricordo bene. Il mese più bello e più brutto della mia vita. Dopo quei pochi giorni che mi avevano dato per decidere dovetti dare una risposta. Parto. Mi trasferisco. Avevo deciso così. Non potevo lasciare andare quell’occasione per amore, no? Com’è che si dice in questi casi “l’amore va e viene”, e poi “pensa prima a te stessa”. Le solite frasi, no? Quelle giuste.
Iniziai a fare il biglietto aereo. Affittai la prima casa nella quale sarei andata a stare, in attesa di sistemarmi meglio. Cominciai a sistemare le cose qui per lasciarle al meglio. E pian piano lasciai anche i lavori che facevo qui. Nulla era facile in quei giorni. Ogni passo verso settembre era quasi un incubo. Alternavo momenti. Magari quando io e lui litigavamo, o notavo i suoi innumerevoli difetti, o mi rendevo conto delle difficoltà che avevamo e delle distanze che c’erano tra noi, pensavo “ma per cosa dovrei restare? Faccio bene a partire”. Altre volte, invece, quando eravamo insieme mi rendevo conto che non mi mancava nulla, e che nulla di meglio avrei voluto in quei momenti. E quindi era una lotta. Lotta che mi portava alcune volte a decidere di non sentirlo più e chiudere, così ci trovavamo avvantaggiati per il giorno degli addii, che li odio pure. Ma poi non duravamo. E il giorno dopo eravamo di nuovo lì, abbracciati. E si stava bene. Un sacco di volte ci capitava di fermarci un attimo ed avere gli occhi lucidi, insieme. Me lo ricordo ancora quella volta in cui ci guardammo un po’ più del previsto, senza dire una parola ma dicendo ugualmente tutto. Ma per una volta, finalmente, lui non stava lasciando me ad interpretare e lo disse: “non partire. Devi guardare il film ‘The family man’ se non l’hai mai fatto.” Mi spiegò il film, io gli dissi che lo conoscevo a memoria. Continuò a spiegarmelo ugualmente. “Rischiamo di perdere noi. Dopo tutto il tempo che abbiamo impiegato per trovarci.” Disse così. Per me fu bellissimo. E forse era anche quello che volevo sentirmi dire. C’era stato spesso silenzio e tremavo all’idea che in fondo perdermi per lui non fosse poi così brutto. Levò i dubbi. E li levò sempre da quel giorno in poi.

Ogni tanto mi capitava di essere davanti il computer con la tentazione di disdire tutto. Al diavolo i soldi spesi. Al diavolo i lavori lasciati. Però poi non ci riuscivo. Avevo paura di perdere un’occasione.
E poi accadde, due giorni prima di partire, mi ero resa conto che non avevo nemmeno iniziato a preparare la valigia, una grande di quelle dove devi mettere dentro tutto il possibile perché non sai quando avrai le prime ferie e potrai tornare. E quando presi quella valigia mi resi conto che mi girava la testa. Che mi veniva da vomitare. Io stavo facendo una forzatura su me stessa, partendo. Io volevo stare con lui. Volevo noi. Seppur pieni di difficoltà, vite entrambi complicate, traumi da superare a vicenda, e difetti da incastrare. Noi ci riuscivamo. Ad incastrarci. Sì, al diavolo tutto. Strappai il biglietto aereo, feci la disdetta per la casa e telefonai all’azienda: “rinuncio al lavoro” gli dissi.
A lui non lo chiamai subito, resistetti. Erano giorni, gli ultimi, in cui si era chiuso in un silenzio di rassegnazione. Immaginarlo pensieroso e triste mi faceva male ma volevo fargli una sorpresa. Da film quasi. Se la meritava. In effetti per farmi restare aveva fatto di tutto. Perfino colloqui di lavoro qui al posto mio. Gli chiesi di vederci quella sera, per salutarci ed evitare di farlo in aeroporto. Nel frattempo gli scrissi delle lettere, nelle quali gli dicevo che sarei rimasta, e le misi dentro dei palloncini che poi attaccai lungo la staccionata nel punto dove ci eravamo visti la prima volta.
Quel giorno gli mandai un messaggio, e gli chiesi di salutarci lì. L’ultima volta come la prima. Poi mi nascosi e lasciai la mia migliore amica ad aspettarlo. Io potevo vedere lui da lontano, ma lui non poteva vedere me. Lo immaginavo con le mani tremanti leggere quelle lettere, e speravo nella sua felicità. Ci fu. Alla fine fu bello. Anzi fu bellissimo.

Insomma questa è la storia. E non vi aspettate un lieto fine, perchè non c’è. Dopo un po’ ci lasciammo. Non era previsto. Va beh, non è mai previsto quando ami, no? Ad oggi non so dire se fu giusto così. Combinammo un casino dietro l’altro e, anziché capire come risolverli, li incasinavamo di più e ne producevamo altri. Insomma ad un certo punto tutto sembrò irrecuperabile. E poi cominciammo a sbagliare i tempi. Quando volevo recuperare io lui era assente. E quando sembrava voler recuperare lui ero assente io.
Se fu facile? No. Ma non glielo dissi mai.
Fu difficile perché qui poi non avevo più niente, ormai. E quindi dovetti ricominciare. Inventarmi qualcosa. Come molte altre volte nella vita, ancora.

Ho passato molto tempo durante quest’anno a chiedermi come sarebbe stata la mia vita se fossi partita. Soprattutto nei momenti di difficoltà, quando la mia vita mi stava stretta, o quando ho incontrato le persone sbagliate, o quando mi sembrava che la ruota per me non volesse girare mai.

E poi c’è stata quest’estate. Uso questo tempo verbale perché ormai possiamo dire che siamo alla fine.
Ho rivissuto tutto come se fosse oggi.
Poi mi sono presa un po’ di tempo per pensare. Ho colto segnali e finalmente ho capito. Molto.
Ho capito che qualunque scelta facciamo ci faremo sempre delle domande sulla scelta opposta. Forse se fossi partita avrei avuto una vita migliore, o forse no. Chi può dirlo? Chi può saperlo? Nessuno. L’unica certezza che ho è che, se avessi fatto la scelta opposta partendo, mi sarei comunque fatta delle domande chiedendomi come sarebbe stato se fossi rimasta a vivermi quell’amore e quella felicità vera.
E poi, non avrei vissuto tutto quello che ho vissuto quest’anno e che, nel bene e nel male, mi ha dato tantissimo.
Ad esempio non avrei mai iniziato a fare il mestiere che poi in effetti ho fatto: scrivere. Il mio sogno. La mia vita. La cosa che forse mi riesce meglio. Non avevo mai pensato che avrei potuto scrivere ed essere pagata. Poco o tanto, per un tempo più o meno lungo, non importa. Non importa se lo farò ancora o se un giorno non potrò più farlo. Quest’anno l’ho fatto. E non solo: ho scoperto altri lati di me e fatto esperienze incredibili!
E poi sono stata a capo di un gruppo di ragazzi fantastici, “i miei ragazzi” come li definisco io quando parlo agli altri di loro.
Ho fatto anche dei viaggi bellissimi, visitato nuovi posti e riscoperto altri. Penso, ad esempio, a Parigi e Strasburgo.
E poi sono stata a fianco di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo, un’esperienza che non dimenticherò mai.
E ancora, ho letto per la prima volta le mie poesie su un palco, con un microfono ed un pubblico a fissarmi.
Ho conosciuto tantissime persone nuove quest’anno, ed altre le ho conosciute meglio. Molti mi hanno deluso, molti si sono rivelati dei grandissimi bluff, altri ancora delle scoperte stupende.
Ho fatto molti errori quest’anno. Ed ho fatto alcune scelte che, col tempo, si sono rivelate sbagliate: o c’era anche per quelle un motivo? Chissà.
Sono stata molto male in molti momenti, ma ancora una volta sono cresciuta, mi sono ancora di più fortificata. Lottando ogni giorno per evitare che queste delusioni possano farmi cambiare e chiudere il cuore alle emozioni. Cercando di restare sempre quella che sono.

Quello che so è che non rimpiango nulla. Ma questo l’ho capito solo adesso, alla fine dell’anno. Quando ho tracciato il mio bilancio. Non rimpiango il biglietto strappato l’anno scorso. E a chi ridendo mi ha sempre detto “ma dai l’hai fatto per amore?”, “ma dai non vedi che alla fine è finito?”
Sì, è finito. Va bene così. Doveva andare così. Forse un giorno capirò il perché, capirò che è stato meglio. Forse un giorno arriverà qualcuno che riuscirà ad amarmi di più. Vivrò qualcosa di più bello ancora. Mi sentirò di nuovo a casa. Protetta, coccolata, amata. E allora penserò che doveva andare così. Magari invece non arriverà ma sarò felice lo stesso. Con la vita che giorno per giorno mi costruisco. Tra sacrifici e impegno.
Io quel biglietto dovevo strapparlo. Non per fare un favore a qualcuno. Non perché sono stata costretta. Non perché ci ho pensato poco. L’ho fatto perché ero felice. In quel momento quella era la cosa che più mi rendeva felice. E quando fai qualcosa per la tua felicità non è mai un errore. Ora lo so.

E so anche che quest’estate mi ha portato novità, proposte e nuove scelte da fare. Ed io mi sono presa anche questa volta il tempo per decidere e capire. E l’ho fatto, scegliendo quello che sembra più giusto in questo momento. Perché c’è un tempo giusto per tutto. E le scelte che ho preso mi aspettano a settembre. Con nuovi cambiamenti.
Non so ancora cosa la vita ha in serbo per me. Non so tra un anno cosa scriverò nel mio nuovo bilancio. Ma so che sono pronta per una nuova pagina bianca, tutta da scrivere. Buon anno!

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2 risposte a "Settembre, un nuovo anno"

  1. Non amo commentare, specialmente di fronte a racconti così intimi o personali, ma mi hai tenuta incollata dalla prima all’ultima riga, con il cuore che si stringeva sempre di più. Le scelte purtroppo fanno parte della nostra vita, e quelle più difficili sono quelle che vale la pena di prendere, sebbene probabilmente sul momento non esistono scelte giuste o sbagliate. Complimenti per la forza con cui hai affrontato qualcosa di molto, molto difficile.
    – Carmen

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