Buon viaggio, nonna

Prima di adesso non avevo mai capito quelli che quando perdevano una persona cara lo scrivevano sui social. Ho sempre pensato che il dolore fosse qualcosa di personale e intimo. Sarà per questo che su Facebook non scrivo niente di personale da tempo e Instagram non ce l’ho più da tanto. Poi però ho riflettuto sul fatto che nonna non era solo mia ma ormai era un po’ di tutti. Ha fatto divertire tantissimi miei amici, tanto che ogni tanto ancora qualcuno mi chiede “ma tua nonna come sta?”. Io me lo ricordo ancora la prima volta che ho scritto di lei, raccontando un episodio in cui aveva preso a male parole i medici dell’ospedale perché, terminato un intervento devastante, non le volevano far mangiare l’arancino. E vai di bastaddu, cunnutu, siccu. Sì perché per mia nonna dirti magro equivaleva ad un insulto, se invece ti fiondavi a carne di cavallo e frittura allora eri suo amico. Il primo post su di lei ebbe un successo inaspettato. Centinaia di mi piace, commenti, perfino messaggi privati di chi voleva assolutamente conoscere nonna. Poi fu la volta delle badanti fatte scappare, di quando litigammo perché voleva per forza iscrivermi a Uomini e Donne. Come dimenticare, poi, il periodo del primo lockdown. Nonna, innamorata pazza di Conte, aspettava i decreti, le interviste, per poi chiamarmi e raccontarmi che gran pezzo di carusu fosse. La nonna diceva sempre a Conte (perché guardando la televisione ci dialogava) che se fosse stata più giovane lui avrebbe sicuramente perso la testa per lei. Poi la pandemia che peggiora e nonna che vede Conte “sempre chiu sciupatu”. E allora via a chiedermi come poter mandare un pacco di cibo a Roma perché “mischinu non ci rununu a manciari”. Nonna sul mio social spopolava e così un giorno gliel’ho raccontato. Ho pensato “se si arrabbia cancello tutto”. E invece, la sua risposta inaspettata e colma di entusiasmo: “Sono diventata famosa?”. Nonna che mi chiedeva come fare a diventare un’influencer della terza età. Voleva insegnare alle giovani ragazze come si cucina “picchi sti caruse non su cosa”. Perché la nonna chiedeva tutto a me, anche le fesserie più incredibili, agli orari più improponibili. Ma non perché non avesse altra gente a cui chiedere, ma perché io e lei avevamo un rapporto speciale, che nessuno riusciva a capire. Sarà perché è stata la prima a cullarmi, la prima con cui ho ricordi di vita, la prima a capirmi. Sarà perché mi ha cresciuta. Sarà perché era l’unica con cui riuscivo a dormire notti di fila, l’unica che riusciva a calmare i miei incubi, l’unica che sapeva cosa dire e cosa fare. Sempre. Nonna era anche l’unica che credeva in me, anche quando gridavo a gran voce le mie idee contro le prepotenze del maschilismo di cui era impastata la mia “famiglia”. Anche quando volevo studiare a dismisura contro chi non voleva che le donne aprissero i libri e iniziassero ad avere delle opinioni. Anche quando volevo fare i mestieri che nessuno approvava: “Vuoi scrivere a nonna? E tu scrivi”. Nonna con me era più dolce che mai, più affettuosa che mai, più coccolona che mai. Lo vedevo che con nessun altro era così. Sarà che lei è stata la prima anche a conoscere i miei vuoti e le mie ferite profonde come il mare e, nel suo modo semplice, provava a colmarle e a sanarle. Nonna era divertente, un personaggio. Non ho mai riso così tanto come con lei. Da grande l’ho persa, per 8 anni non ci siamo parlate. Il male si insinua sempre più facilmente del bene e scava, scava, scava, corrode. Ci siamo cascate anche noi o, meglio, lei. Io ho provato a salvarci con ogni mezzo, perché quando credi in un amore le provi tutte prima di rassegnarti. Però poi arriva un momento in cui devi fermarti, se vuoi salvarti tu. Anche se fa male. Però poi nonna è tornata, dopo anni lunghissimi e silenzi assordanti. È tornata da me colma di scuse, di richieste di perdono. È tornata perché ha sempre saputo chi io fossi, l’aveva soltanto dimenticato per un po’ lasciandosi condizionare da chi ha l’anima sporca e corrosa. È tornata con l’inizio della malattia, il cancro. Ma non l’ho perdonata per questo, non mi sono lasciata scalfire. Ho preso tempo, l’ho messa alla prova. Si perdona chi ci ha ferito solo se ne vale la pena. Nonna è l’unica che sono riuscita a perdonare perché è l’unica che avesse capito davvero i suoi errori. L’unica di cui avevo certezza che se fosse tornata indietro non avrebbe agito allo stesso modo con me. E poi non conta solo lo sbaglio ma anche cosa fai per rimediare. Nonna ha fatto tantissimo. E non è stato facile. Perché ci siamo ritrovate quando non eravamo più le stesse, soprattutto io. L’imbarazzo del tempo distanti e del dolore vissuto, però, è durato poco. È come se il tempo si fosse fermato e poi avesse ripreso a scorrere da dove si era interrotto. Avevo una paura folle di non piacerle, per le decisioni prese, la vita che avevo fatto e quella che avevo scelto, compresa di errori e cambi di rotta necessari. Ma ogni mia paura si è risolta il giorno che ha detto: “Che grande donna è diventata Giulia”. Anche se non avevo rispettato nessuna delle cose che aveva previsto per me, anche se ero stata diversa da tutti, ribelle fino all’ultimo. Le piacevo semplicemente com’ero. E non potevo chiedere di più. Guardava me e mamma, le cadute e le risalite, i sacrifici fatti, le batoste che avevamo superato da sole, e ne era orgogliosa. Ci siamo fatte un sacco di risate in questo anno e mezzo circa ritrovate. Soprattutto ad ogni medico che le dava 3 giorni di vita. Nessuno si capacitava di come nonna riuscisse a contrastare una forma di malattia tanto aggressiva, tanto rara, tanto invasiva. Il cancro io e lei lo chiamavamo per nome e lo insultavamo. Ridevamo fino alle lacrime per tutto. Perché eravamo uguali su tanti aspetti. Mia madre lo diceva sempre che “il dna con lei aveva saltato una generazione”. Mamma che si metteva mani ai capelli quando io e nonna eravamo insieme e che metteva le mani sulle orecchie perché “non vi voglio sentire”. Mamma sempre troppo composta, troppo buona, troppo accondiscendente. Io e nonna, invece, se qualcuno era stronzo glielo dicevamo senza problemi. Nonna aveva una voglia di vivere incredibile, di truccarsi, ballare, vestirsi elegante, farsi i capelli cotonati, cucinare le mulinciane fritte per colazione anche se non poteva mangiarle. Non rinunciava a nulla. Aveva tanti sogni, anche alla sua età. Come quando mi ha chiesto di prometterle di scrivere il libro sulla sua vita. L’ha chiesto proprio a me, voleva lo facessi io. Una richiesta che mi lasciò stupita ma colma di orgoglio. Lei si fidava di me, solo di me. E leggeva qualsiasi cosa scrivessi, anche la più noiosa o seria per lavoro. E quando stava più male lei glielo diceva, al cancro, di darle più tempo per recuperare quello perso con me. Due giorni prima di andarsene io ero lì, a casa ad imboccarla per bere. Sono stata l’ultima a farlo. E chi l’avrebbe mai detto che dopo tutto quello che era successo ci sarei stata proprio io? Nonna mi ha lasciato la sicurezza della forza dell’amore che, quando è vero, è incredibilmente più forte di qualsiasi cosa. Sono passati solo pochi giorni ma mi manca come se non la vedessi da molto più tempo. Mi manca perché era uno tsunami. Un terremoto vivente. Un pericolo assoluto! Pensare che non chiamerà a qualsiasi orario solo per commentare il tizio in televisione, o per farmi fare una ricerca su Google, mi sembra assurdo. Ho perfino guardato il cellulare istintivamente, per un attimo, in questi giorni, per controllare se avesse chiamato.
Ciao nonna, friggi montagne di melanzane e inonda il cielo di sugo cotto alle 8 del mattino e padelle scoppiettanti di olio.

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