Quei libri

Quella libreria era lì, davanti a me, che chiedeva solo di essere aperta, sfogliata. In quel mobile a vetri loro, i libri, si nascondevano, apparendo a tratti.

Mi assomigliavano, nel desiderio della riservatezza, nella protezione delle cose personali, nel bisogno di stare al sicuro, al riparo. Erano messi lì, visibili e non visibili, immobili, ad aspettare che le mani giuste li sfiorassero appena. Per lasciarsi tenere, conoscere, scoprire, sfogliare, solo dalle mani giuste.

Li avevo visti lì tante volte, erano sempre stati lì. In quella casa così grande gli avventori, arrivisti, egoisti, spietati, si guardavano intorno con aria avida. Nella loro ricerca del più costoso, raffinato, ricco e promettente oggetto io guardavo lei. Quella libreria, camuffata da vetrina, chiusa a chiave. Chi aveva lasciato quei libri doveva pensarla come me, altrimenti non li avrebbe protetti così tanto come il più prezioso dei tesori.

Eppure ero passata tante volte davanti a loro, mi ero seduta così spesso su quel divano, avevo gironzolato così tanto per quella stanza. Perché non avevo mai avuto l’istinto di girare la chiave, aprire il mobile e salvare quei libri dall’apparente solitudine e dal tanto criticato silenzio? Perché non ero pronta, a prendermi la responsabilità di togliere qualcosa dal suo posto sicuro, dal suo luogo riparato, dalla dimensione che avevano scelto.

Me le ricordo le critiche di chi avrebbe voluto spostarli, trovargli il posto migliore o peggiore, secondo proprio gusto. Il gusto di chi? Perché arruolarsi il diritto di giudicare cos’è meglio per gli altri, che non siamo noi? Il custode doveva essersi battuto molto. Sì, ora ricordo le grandi discussioni per lasciare quei libri lì.

Eppure io avrei potuto prenderli, solo io. Ricordo anche questo. Ricordo quando mi dicevi che quei libri erano miei, anche quando non avevo l’altezza nemmeno per sbirciare il primo ripiano. Li conservavi per me, avevi già capito che li avrei trattati bene, protetti, usati per cause nobili, come la necessità di evadere o trarre ispirazione o riflettere o trovare risposte. Mentre tutti mi deridevano, pensando che tu mi avessi destinato la cosa di minor valore, noi seppur distanti ci capivamo.

Io ero più ricca di loro. Ero più in pace. Io, a differenza loro, ero alla ricerca solo di lealtà, rispetto, serenità. Mentre loro contavano affannati gli spiccioli. Che grande pena l’essere umano, davanti al denaro. Ebbene, è arrivato il momento di portarli con me, di regalare loro una nuova casa, un nuovo porto sicuro. Adesso so che gli piacerà, che ci capiremo, che staremo bene. Sono pronta a girare la chiave, ad aprire la vetrina. A tenerli in mano con dolcezza, a sfogliarli con delicatezza, rispetto. Ci sarà tanto valore con me domani, il vostro.

Senza la maschera

Parlo poco e scrivo tanto.
Ho abitato in tanti cuori ma non ho mai trovato quello che fosse il posto mio. Così mi sono convinta che io debba stare sola, per il bene di tutti. All’inizio ho pensato che prima o poi tanto mi sarei stancata, invece oggi sto così bene nella mia dimensione che non ho tempo per provare a cambiarla. So che lo sai. Anche questo. So che lo capirai. Ma questa è la mia dimensione e vorrei che tu ne avessi una diversa. Quindi, se puoi, tu non farlo. Non lasciare che ti si chiuda il cuore. E’ un meccanismo di protezione che a lungo andare rende sordi alle emozioni. Io invece ti auguro di provarne molte altre. Guardando i tuoi modi calmi ho riflettuto. La gente cerca sempre qualcuno con cui fare caciara, mentre io è tutta la vita che cerco qualcuno con cui poter stare in silenzio. Con cui non dover rivivere urla e rumori; cuori agitati, e non di felicità. Credo sia assurdo ciò che io ti sia scrivendo e posso immaginare già i tuoi sorrisi stupiti. Com’è che avevi detto? “Senza la maschera”. So che capirai, esattamente ogni parola. Come io ho capito, tu dici, tutto di te.

Due anni in uno, ciao 2020

Mi sembra di avere vissuto due anni in questo 2020, due anni dentro un anno solo, che non corrispondono al numero dei mesi ma a quello che hai vissuto.

Prima della pandemia, prima di marzo, l’anno iniziato, seppur con ottimi propositi, era semplicemente un prolungamento di quello precedente. Stesse situazioni, stesse persone, stesso approccio alla vita. Poi, l’inaspettato: la pandemia, il lockdown e la vita che cambia. Anzi cambio io. Il male mi sbatte proprio in faccia, come un cazzotto in pieno viso che non ti aspettavi e che non hai il tempo di schivare. Sono rimasta al tappeto per un po’. Silenzio. Ne ho voluto un bel po’, per capire come rimettere insieme i cocci di un periodo che mi sembrava l’esatto significato della parola macerie. Non era il tempo per sistemare tutto e per una volta l’ho compreso. Non ho avuto la solita mia smania di mettere tutto a posto, di sistemare ciò che non si poteva sistemare, di fingere e ostentare una felicità che non c’era. Questa volta per me era basta fingere, basta dare spiegazioni, basta rispondere alle domande degli altri solo per soddisfare curiosità altrui.

Io e basta. Con un periodo gigante e il silenzio delle strade deserte, delle saracinesche abbassate, di famiglie chiuse in casa con il rischio che l’odio potesse trasformarsi in tragedie. Tempo per me. Tempo di empatia. Che ho sempre avuto ma che ho sentito più forte. Per chiunque. Tutta la sofferenza sentita in quel periodo non la scorderò mai. La mia, certo, ma anche quella data dalle storie altrui. Ognuna diversa.

Poi quella sensazione: limite. Quando senti che più dolore di così non puoi contenere. E tutto diventa superfluo, ingombrante, fastidioso. Scopro che una gabbia può essere tale anche se dorata. Scopro di aver bisogno di ancora meno gente per sentirmi bene. Scopro di aver sempre avuto tempo per ascoltare tutti, per comprendere tutti, per supportare tutti, per aiutare tutti. Ma che quelle stesse persone non l’hanno fatto con me. Scopro di amare il mio lavoro ma di avere una voglia incredibile di impararne altri dieci. Scopro che i Social mi fanno stare male, per quello che vedo, per quello che cerco, per quello che leggo. Così li ho tolti, all’inizio sembrava stranissimo, ad oggi dopo mesi sto bene, non mi mancano. Scopro che la vita umile che ho sempre fatto è perfino troppa e che per vivere abbiamo bisogno davvero di pochissimo. E che perfino quel poco che abbiamo se lo dividiamo in due, o in tre, può essere la felicità di molti. Scopro che non voglio più pensare a cosa sarebbe successo se o a come sarebbe andata altrimenti. Non posso tornare indietro, anche se a volte lo vorrei tantissimo, per infinite situazioni. Ho capito che il tempo che spreco a pensare a come sarebbe andata ieri se avessi fatto altre scelte lo tolgo all’oggi, e quindi al domani. Ed io voglio costruire qualcosa di migliore, oggi. Ho scoperto, però, che anche il domani non è poi così amico. Perché per quanto progetti qualcosa per il domani la vita ti riserverà sempre sorprese, belle o brutte che siano, ti stravolgerà tutto. Ho capito che il tempo che spreco pensando a come andrà domani lo tolgo ancora all’oggi, insieme alla salute che l’ansia si porta via. E la salute e la cosa che diamo più per scontata a questo mondo, ma è anche quella che ti riserva più sorprese, amare, quando meno te l’aspetti. Ho scoperto anche questo. No, non ne vale la pena perdere tempo e salute per qualcosa che ancora non c’è. Oggi, voglio dedicarmi all’oggi. L’oggi per ogni giorno.

Quando è finito il primo lockdown ho scoperto che tutte le belle parole della società, del “sarà tutto diverso”, erano una gran fregatura. Chi era abituato ad odiare ha continuato a farlo. Chi sprecava soldi in robe inutili invece di aiutare gli altri ha continuato a farlo. Chi aveva sprecato tempo a non dire un ti voglio bene ha continuato a non dirne. Tutto era uguale. Anche la maleducazione per le strade, le guerre sui social, i tradimenti al prossimo, le assenze ingiustificate. Il mondo era rimasto uguale ma ero cambiata io. Così ho scoperto ancora nuove cose. Ho scoperto che non mi interessa quasi di nulla e scopro di aver finto per troppo tempo a fare e dire ciò che non volevo solo per compiacere gli altri, per farmi accettare, per farmi volere bene.

Aprile, chi se lo scorda. La pandemia mi ha cambiata, nel profondo. Ricordo di aver preso una valigia grandissima e di averci messo dentro tutto quello che era stata la mia vita prima di quel momento: persone, abitudini, fatti. Ho messo dentro, chiuso in maniera ermetica e spedito. Dove non mi riguarda, ma il più lontano possibile da me. Sono passati mesi e da quel momento mi sembra di vivere un’altra vita. E’ stato quello il vero Capodanno, il vero inizio d’anno. O forse di una vita.

Ho lavorato tanto su me stessa e sulla mia vita da maggio ad oggi. Da maggio, quando ho iniziato a sistemare i cocci dello tsunami che si era abbattuto. Prima di riceverne un altro, subito dopo l’estate. Perché la vita è così, non fai in tempo a sistemare qualcosa, che un’altra è pronta a colpirti. Io, forse, oggi sono io come non lo sono mai stata. Sono io, proprio io, me lo sento dentro dopo essermi sentita per tutta la vita nel mondo sbagliato. Era maggio quando mi sono detta piacere di conoscerti e mi sono scoperta.

Non ricordo più nessuno di quelli che c’erano prima. È capitato, raramente, di avere il pensiero verso qualcuno. Magari un angolo di città, un’abitudine, un’immagine che te li ricordano. Ci ho pensato, ma poi è passato. Ed è stato facile allontanarli. Facile come non lo era mai stato. Nessun dramma, nessun cuore che brucia, nessun dolore al petto, nessun vuoto dentro. Ho scoperto che il tempo sprecato in paranoie e discussioni altrui lo posso regalare a me, ed è bellissimo. Mi sono chiesta se fossi in grado di perdonare i torti altrui e la risposta è stata no. L’ho fatto tante volte nella vita. Ma la verità è che, se l’avessi fatto ancora, avrei fatto una violenza su me stessa. Non sono più arrabbiata con nessuno, ed anche questo è stato un grande passo. Ecco, è questa la differenza. Ho perdonato, dentro di me, perché era la condizione primaria per poter andare avanti. Il rancore, la rabbia, la delusione danneggiano noi stessi. Così come il voler a tutti costi sistemare qualcosa che non si può sistemare o cercare risposte che non sempre ci sono. Ho perdonato ma non ho dimenticato, per questo non potrei più riaprire porte. Ho perdonato per me, non per ricominciare o guardare dalle fessure di quelle porte. Mi sembra tutto così lontano ciò che ho vissuto, così diverso, così non adatto a me. Qualcuno dalla valigia di maggio l’ho salvato. Pochi, che in quel momento lo meritavano. Me l’hanno dimostrato quando non me l’aspettavo, quando non ci speravo, quando non erano obbligati. Sono con me e li custodisco nel privato che ho riscoperto. Non mi chiedo più se ci saranno domani, e nel fondo delle delusioni della vita, mi meraviglio per ogni nuovo giorno in cui riusciamo a salvarci.

Alla fine di questo 2020 così strano, così surreale, così forte e fragile, così veloce e lento, ci sono io. Con la mia nuova vita, con le mie nuove abitudini, i miei progetti, i miei successi e le mie cadute. Perché ci sono sempre ma ho imparato ad accettarle, a non ostentare che va tutto bene quando qualcosa non va solo perché gli altri non sono pronti ad una vita pesante. Perché la mia lo è, lo è sempre stata e forse sempre lo sarà. Non lo scegli, ti capita. Ma forse c’è un motivo per tutto ed io voglio pensare che tante battaglie sono state mandate a me perché ho avuto la forza di affrontarle invece che a persone più fragili che, forse, non ce l’avrebbero fatta. Però ad oggi è questa la differenza. La mia malinconia non la nascondo più, i miei silenzi non li riempio ad ogni costo, le mie fragilità non le cambio più. Il mio passato non è qualcosa che devo provare a cancellare. C’è e ci sarà sempre ed io non mi massacro più provando a diventare chi non sono. Sono io e sono questo e tanto altro. Ma mai più sarò diversa da ciò che sono.

Non credo più al Capodanno e al cambiamento di giorno 1 gennaio. Arriverà com’è arrivato ad aprile 2020. Un mese qualunque del 2021, un giorno qualunque di questo nuovo anno che verrà e che io, spero con tutto il cuore, possa essere almeno una briciola meglio di quello passato. Sono pronta!

Ah dimenticavo, tra i progetti c’è quello di curare questo blog come vorrei. Di scriverci dentro tanto e di tutto. Ma il tempo è poco e le giornate volano via. Intanto inizio da Capodanno, chissà che porti bene!

Ad un quartiere di distanza, o poco meno

Io e te sedute su una panchina, a raccontarci noi.
Chissà come sarebbe.
Me lo sono chiesto quando ho ripreso a pensarti,
quando ho avuto paura di aver finito i giorni
di non aver più tempo di guardarti almeno un’ultima volta.
E anche adesso che,
per adesso che,
sono riuscita a scamparla
e a vincere io,
o quasi,
non ho smesso di pensarti.
Di chiedermi come stai,
come sei diventata,
se ti ho lasciato qualcosa,
se sei riuscita a salvare tutto il bello di noi.
Io e te in un abbraccio,
con me piccola che sparisco,
e tu che ti fingi grande nello stringermi troppo.
Ti verrei incontro,
un passo dopo l’altro,
anche piccoli e timidi,
ma sempre avanti verso te.
Chissà se la vita ci darà un’altra opportunità,
se saremo in grado di accoglierla.
E di dirci scusa per quello che non è andato
e grazie per quello che è stato.
Se sapremo ascoltarci
anche nei nostri silenzi.
Adesso che nel mondo c’è troppo dolore,
che tutta la vita è cambiata.
Adesso che io non sono più io,
che tu chissà se sei ancora tu.
Adesso che ho ancora meno parole,
ma che ritorno a scrivere pensando a te.
Chissà se ci rincontreremo,
forse tra 10 o 30 anni,
grandi e acciaccate
più di quanto lo siamo già adesso,
sorseggiando quel tè sotto il tavolo
tra biscotti e racconti
come in quell’immagine
se la ricordi
io e te
e tutto ciò che verrà.

Mormora, la gente mormora

19 Ottobre 2020

Crescere interiormente significa anche rendersi conto, e accettare, che il mondo non possiamo cambiarlo tutto noi. Che c’è una parte marcia e tale resterà. Che la cattiveria è dentro alcune persone e non puoi sperare che diventino buone. Il bene e il male c’è in ognuno, fa parte dell’essere umano. E’ un’estrema lotta in tutti. Ma in alcuni emerge la parte buona, in altri invece quella cattiva prende il sopravvento.

E’ la vita. E’ la storia dell’uomo. Ma se non possiamo cambiare il mondo possiamo però cambiare noi stessi. Il nostro modo di approcciarci alle cose, di viverle, di prenderne consapevolezza. Dobbiamo imparare a pesare il nostro malessere in base a quanto valgono le persone. Inutile dire che non vogliamo stare male, dare peso a nulla. E’ impossibile. Abbiamo il diritto di stare male, al massimo, per la nostra famiglia, per un fidanzato, per un amico caro. Ma non oltre.

Una volta stavo male per tutti. Mia nonna quando ero piccola mi diceva: “Non puoi stare male per tutti i mali del mondo”. Così è stato. Stavo male quando gli altri stavano male. Stavo male per le ingiustizie. Anche se ciò non mi riguardava in prima persona. Poi stavo male anche per le mie di ingiustizie, per il mio di dolore, per la mia di vita. Per il pensiero di tutti, l’opinione di ognuno, il giudizio dei tanti. E allora diventava tutto troppo grande.

Stavo male anche per la persona sconosciuta che sparlava di me. Che si prendeva il diritto di dire di conoscermi, di sapere cose di me. Necessario, a loro, per riempire il vuoto che li attorniava. Necessario a loro per non fare i conti con i propri fallimenti. Necessario a loro, ma non a me. Così, se prima quelle cose dette sulla mia persona mi davano il tormento, oggi passo avanti. Quelle cose sulla mia persona che, quasi sempre, non solo non sono vere, ma sono anche quanto di più possibile distanti da me. Da ciò che ero. Che sono. Dalla mia realtà.

Col tempo ho capito che gli altri diventano importanti se noi gli diamo importanza. Che gli altri possono farci stare male se noi gli diamo il potere di farlo. Io, oggi, questo potere non lo do più a nessuno.

Stalking, non sopportate. Parlatene

6 Settembre 2020

Oggi vorrei raccontare qualcosa che mi riguarda anche se decidermi a farlo non è stato facile. Però qualcuno mi ha detto che fare rumore è sempre meglio di restare in silenzio. Inoltre, forse, posso anche essere utile ad altre donne affinché magari non perdano tutto il tempo che ho perso io e trovino prima il coraggio di raccontare una situazione non normale. Da ormai 8 mesi sono stata vittima di stalking e, mentre scrivo il numero 8, mi sembra assurdo che sia passato così tanto tempo senza che io riuscissi a fare nulla. Però è così. Ho sottovalutato la cosa. Me la sono tenuta per me, perché non volevo coinvolgere le persone a me care ma anche perché, inconsapevolmente, cercavo le colpe di quello che stava accadendo. Quando ho trovato il coraggio di raccontare tutto avevo paura di sentirmi dire che forse stavo esagerando, invece mi sono sentita dire che stavo perdendo tempo e che le cose sarebbero potute degenerare. Prima di riuscire a raccontare tutto quello che ho vissuto in questi mesi alle mie più care amiche i mesi sono diventati 8 e, credo, mi porterò dietro più il loro sguardo sconvolto dal non averglielo detto prima che quello per la storia in sé. Ne avrò parlato, ad occhio e croce, con un amico e mia madre, ostentando sempre la massima serenità e omettendo tutto quello che avrebbe potuto farli preoccupare troppo. A ripensarci non condivido come ho affrontato la cosa, ma è sempre molto facile guardare a posteriori. Così com’è facile giudicare dall’esterno gli altri, ma la verità è che solo noi possiamo capire cosa ci sta succedendo. Io sono sempre stata una “dalla parte delle donne”, una che le invitava a reagire e a farsi sentire, e sono stata la prima a farlo quando chi mi ha messa al mondo non era esattamente il principe azzurro che ogni figlia meriterebbe. Sono cresciuta con l’insegnamento costante che una donna vale sempre meno di un uomo, che l’unico modo per risolvere le cose sono le mani addosso, che una donna non deve lavorare ma solo obbedire all’uomo, e altre cose simili. Sono cresciuta come una ribelle e mi piaceva sfidare chi mi ha messo al mondo, anche quando sapevo che le conseguenze sarebbero state amare. Quando tutti i bambini avevano il sogno di diventare astronauti e dottori, io sognavo solo di allontanarmi dalla mia famiglia e di lavorare, essere indipendente. Per questo a 14 anni iniziavo a fare la babysitter di nascosto e mettere da parte tutto ciò che potevo. La mia indipendenza è sempre stata la mia forza, ma lo è sempre stata anche la mia solitudine. Perché quando ero piccola e cercavo aiuto negli altri non lo trovavo mai. La mia era una famiglia “all’antica”, quindi i panni sporchi si lavano in famiglia e il marito/padre te lo tieni qualsiasi cosa faccia. Quando io e mia madre abbiamo deciso il momento di dire basta ci siamo ritrovate completamente sole, ma è stato li che ho deciso che non avrei mai più permesso ad un uomo di dirmi cosa fare, chi ero, quanto valevo e condizionarmi. Ho sempre avuto il coraggio di intraprendere tutte le battaglie che servivano per stare bene io e mia madre, anche le più difficili, non ho mai avuto paura né di lui né di altri uomini della mia famiglia e pensavo di essere invincibile. Non ho mai voluto una famiglia mia perché avevo paura di perdere la mia libertà. E tutti i miei rapporti di coppia sono stati condizionati dal mio passato. Ma proprio per aver affrontato ogni situazione da sola, e aver scoperto di non aver bisogno di nessuno, pensavo sarebbe andata sempre così. La verità, però, è che nessuno è invincibile, e ci sono delle situazioni in cui solo chiedendo aiuto si può trovare una soluzione. Ho impiegato più di 8 mesi per capirlo perché, pur avendone passate tante con gli uomini, una situazione del genere si è rivelata totalmente nuova e ingestibile per me. La verità è che mi sembrava tutto così assurdo da non comprenderne la gravità e ripetevo ogni giorno a me stessa che tanto sarebbe finita prima o poi. Intanto uno sconosciuto, visto 4 volte in due anni per motivi tutt’altro che personali, sfogava la sua follia nei miei confronti. Io di mio do poca, pochissima confidenza a chiunque. In 28 anni ho amato poche, pochissime volte, e quelle poche volte è stato solo per Amore. Ho poi frequentato qualcuno, certamente, ma ho sempre capito in breve tempo che non sarebbe nato nulla. In questo caso, però, non c’è stata nemmeno quella fase, della frequentazione. Non c’è stata una storia né un percorso che potesse diventarlo. Per questo mai, mai, mi sarei potuta immaginare che un uomo con cui non c’è mai stato nulla, potesse ossessionarsi per qualcuno. All’inizio pensavo la cosa passasse, ma invece tutto peggiorava soltanto. Pur avendo sempre messo in chiaro la situazione in molte occasioni, ed aver ripetuto che mai sarebbe potuto accadere qualcosa, nella sua mente si costruiva una realtà parallela nella quale io mi sono ritrovata senza deciderlo. Le citofonate impazzite a qualsiasi orario, le ossessioni scritte in ogni forma, gli appostamenti sotto casa sono solo alcune delle cose passate. Tutto è stato condizionante: l’ansia di dover uscire da casa o di dover rientrare; i numeri sconosciuti a cui non sapere se rispondere nelle chiamate; nuovi contatti social sempre pronti a trovare modi per comunicare; pacchi lasciati sotto casa che non sai mai se aprire; cuore sobbalzato ad ogni colpo di citofono e molto altro. Mi sono ripetuta spesso che forse non era così grave, che qualcuno con cui non hai condiviso nulla non può fissarsi così. Mi sono chiesta spesso dove avessi sbagliato, cosa avessi detto o fatto per arrivare qui. Nel frattempo il tempo passava ed io perdevo concentrazione, lucidità, calma. La prima persona a cui ho raccontato tutto è stata mia madre, anche se avrei voluto risparmiargli questa ennesima ansia in una vita, come la nostra, che ne ha sempre dovuta respirare tanta. Ma è stato inevitabile, vivendo insieme. Ovviamente, come ogni persona esterna a me, si è resa conto prima di me di quello che stava succedendo e mi ha intimato di procedere con azioni forti. Ma non mi ha obbligata a farlo quando mi ha vista smarrita e confusa. Forse ha compreso la mia stanchezza nel dover affrontare un’ennesima situazione “forte” o, semplicemente, ha aspettato che capissi da sola. Ad un certo punto, dopo alcune situazioni fuori controllo, ho capito che la situazione era davvero precipitata e dovevo agire. Adesso mi affido a chi di dovere, e so che le cose torneranno al loro posto. Ho trovato solo persone che hanno capito tutto e ne sono grata. Tutte le mie paure di giudizi e nasi storti non si sono mai verificate ed è proprio vero che quando cresci in un certo ambiente ti porterai insicurezze per sempre. Non so dire cosa sia successo che non mi abbia fatto parlare al tempo giusto, ma quello che voglio dire è che le persone si approfittano quando ti vedono “sola”, perché pensano di poterti condizionare più facilmente. Quindi parlatene, parlatene sempre. Non abbiamo colpe di ciò che fanno gli altri, e non dobbiamo vergognarci noi per i loro comportamenti. Da soli siamo forti ma per salvarci a volte abbiamo bisogno degli altri.

Buon compleanno mamma

29 Agosto 2020

Spero di avere sempre, con il passare degli anni, una nuova idea per il tuo compleanno, mamma. Spero non mi manchi mai la creatività e l’impegno per immaginare e costruire altre mille sorprese. Per un attimo, mentre ieri sera gonfiavo i mille palloncini con i quali ti ho riempito letteralmente la stanza, ho temuto di morire asfissiata! Ma appena ho visto la tua faccia sconvolta d’incredulità e i tuoi occhi brillare ho recuperato tutto l’ossigeno. Spero di riuscire a non perdere mai la scrittura, perché so che è la cosa di me che ami di più. Lo vedo da come ti guardi intorno alla ricerca non del regalo ma della mia lettera. So che speri sempre di trovarci tutto quello che non riesce ad uscire da me, a parole, ogni giorno. Ma io lascio perdere ciò che mi riguarda, e provo a trasmetterti su carta solo tutto l’amore che provo per te. Ti prometto che un giorno sarà tutto diverso, mamma. Riuscirò a mettere a posto tutto quello che ancora non lo è. Riusciremo a respirare aria pulita e a non farci intossicare più da chi cerca di spegnere il sole che abbiamo dentro. Un giorno andremo dove non ci conosce nessuno, saremo serene e io ti comprerò chili di gelato da mangiare sul divano direttamente dalla vaschetta. La nostra vera seconda vita ci aspetta in riva al mare, in una città sconosciuta che faremo nostra. Ti voglio bene come solo i miei occhi sapranno sempre dirti, e spero di riuscire ad imparare ancora dal tuo cuore così buono, pulito e semplice. Mi impegnerò sempre, ogni giorno, lavorerò e costruirò ancora nuovi mattoni per regalarti tutta la felicità che meriti. Buon compleanno giovane vecchietta mia.

Mare mio

11 Agosto 2020

Profumi, mare mio,
di tutte le cose che ti ho raccontato
e di tutte le mie tempeste che hai provato a calmare.
Profumi di tutte le volte che ci siamo capiti,
delle risposte che mi hai dato,
delle strade che mi hai spinto a percorrere
e di quelle in cui mi hai detto

che era arrivato il momento di fermarsi.
Profumi, mare mio,
di cose viste più di mille volte
ma che ancora guardi come se fosse la prima.

Ti riconoscerò

26 Luglio 2020

So che ti riconoscerò perché saprai amare tutto di me, anche quello che gli altri non hanno mai compreso. Ti riconoscerò perché non dovrò desiderare di stare sola quando diventerà buio, ma avrò l’istinto di correre da te. Saprò che mi potrò fidare, che se volterò le spalle non le userai per ferirmi e vendicare il tuo orgoglio. Ti riconoscerò perché senza accorgermene incastrerò le mie imperfezioni alle tue. So che mi insegnerai quello che non conosco della vita in due, che ti batterai con pazienza per farmi vedere l’altra prospettiva delle cose. Ti ascolterò, impaurita ma ti ascolterò. E ci sarai quando smarrirò me stessa, quando inciamperò nel mio passato, quando avrò la febbre alta e le notti insonni. So che mi proteggerai, contro ogni mia volontà di farcela da sola. Mi lascerai sbagliare, ma sarai lì se starò per cadere. La mia forza non ti spaventerà, la mia indipendenza non ti schiaccerà. Avrai il tempo di aspettare la mia fiducia, la mia prospettiva per due. Ti riconoscerò, ci riconosceremo.

Tardissimo

23 Luglio 2020

«Certe sere giro tutta la città, passo di locale in locale, sperando di incontrarti.»
«Per dirmi cosa?»
«Per dirti che ho cercato di andare avanti, di convincermi che non dovesse andare. E sai cos’ho capito? Che quello che mi manca di più sono le tue imperfezioni, quei lati strani che hai soltanto tu, che ti rendono te. Ed io, per quante donne abbia conosciuto, non trovo altre come te. È tardi per rimediare?»
«Tardissimo.»

«Allora ti aspetterò. Girerò per la città sperando di incontrarti e il giorno che ti vedrò abbracciata ad un altro soffrirò, e mi dirò di quanto stupido io sia stato a perderti.»