Lo sport ti salva

Lo sport ti salva. Ecco tutto.
Non è per tutti uguale e, forse, non è nemmeno per tutti. Però intanto lui se bussi ti risponde sempre. Se vuoi conoscerlo lo trovi pronto. Lui c’è, e se impari a capirlo, se scopri tutto quello che può darti, e se comprendi quale delle sue mille sfaccettature può essere quella adatta a te, allora sei salvo.

Quando dico che lo sport, forse, non è nemmeno per tutti lo penso davvero. Questo perché lo sport, qualunque esso sia, per essere sport nella vera forma, nell’essenza più vera del termine, ti deve entrare dentro.
Lo sport non può essere qualcosa che fai soltanto per la forma fisica. Lo sport non può essere solo qualcosa che fai quando sei a dieta. Lo sport non può essere fissazione per un particolare addominale scolpito e basta. Oggi si sente dire spesso tutto questo. Ma quello non è il senso vero dello sport. Lo sport è vero quando ti dà di più.

Ci sono delle storie fantastiche legate allo sport. È un po’ di tempo che, in base alla mia esperienza, ho voluto sentirne tante altre. Per capire se ci fossero storie simili. Per capire se fosse stato possibile trovare negli altri la stessa cosa che era successa a me e se le storie degli altri avrebbero potuto darmi degli spunti per scrivere di più. Così è successo.

Ho sentito di persone che sono state salvate dallo sport. Forse anche io sono una di quelle. Quando dico che lo sport ti salva non intendo aumentare il valore della frase o non dargli il giusto peso, ma intendo esattamente quello che dico. Che ti salva. Che ti trascina via da quei periodi in cui non vedi la luce. Che ti tira via da quei periodi in cui sei fermo. Che ti aiuta a vedere una soluzione laddove tu non riesci a vederla. Che ti aiuta a buttare fuori un po’ di tutto quello che hai dentro e che forse, per il periodo o per il carattere, non riesci a fare uscire.
Lo sport può anche aiutarti a conoscerti. Ti mostra una persona che non credevi di essere. Ti aiuta anche a superare i tuoi limiti e ti spinge ad un punto massimo in cui non credevi minimamente di potere arrivare.

Poi c’è tutto il contorno, che è piccolo ma altrettanto importante: conoscere persone nuove, regalarti ore di leggerezza e di spensieratezza.
Lo sport può anche insegnarti metodi che poi puoi applicare nella vita di tutti i giorni, come gestire meglio i problemi e i pensieri. Ma c’è anche altro. Ti toglie vizi sbagliati. Molta gente, grazie allo sport, sfogandosi, ha smesso di fumare, di mangiarsi le unghie, è riuscita a superare problemi alimentari o quelli legati all’alcool. E molto altro.

C’è, poi, una cosa fondamentale, che riguarda chi ti può insegnare lo sport. Perché, anche se puoi essere un autodidatta, per comprendere appieno una disciplina, quella che scegli, quella che incontri sul tuo cammino, quella che ti incuriosisce, quella che ti sembra adatta a te, scegli una guida. E questa cosa è fondamentale. Perché se non entri in empatia con il tuo insegnante, se non è una persona che stimi, se non è qualcuno che ti trasmette qualcosa il lavoro vale nulla. Non deve essere una persona che temi, con cui stai in soggezione. Deve essere una persona che senti al pari di te, ma anche una persona che quando la guardi pensi “ho da apprendere da te”.

Io credo che senza lo sport non sarei neanche dove sono. Probabilmente non sarei nemmeno chi sono. È tatuato sulla mia pelle e, soprattutto, dentro di me.
Come sempre, come le cose più importanti, non riusciamo mai a parlarne facilmente, né a fare capire la reale importanza che hanno per noi. Se ci riflettiamo, e non so se questa sia una cosa che riguarda tutti o soltanto i caratteri più introversi, siamo portati a parlare più facilmente di cose semplici e meno importanti. Mentre quando si tratta di parlare delle parti più vere di noi scappiamo a gambe levate. Anche se, forse, non c’è nemmeno bisogno di raccontarle. Perché sono quelle cose nostre, che bastano a noi stessi, e che non sentiamo nemmeno l’esigenza che gli altri le sappiano. Però la vita mi ha insegnato una cosa importante: le nostre storie possono aiutare gli altri. A volte possiamo fungere davvero da esempio e da spunto.

Ho conosciuto tante storie. Ho conosciuto tante persone. Le ho ascoltate. E sono come me.
Io senza lo sport non sarei chi sono. E quando mi sento smarrita, quando mi dimentico ancora una volta chi sono lui c’è.
Sì, ho la scrittura. Però la scrittura è un’arte. Astratta. E come tutte le arti astratte non è sempre a tua disposizione. Chi scrive è una sorta di artista. Ha bisogno della creatività. È come un pittore, che a volte non riesce a dipingere e va in crisi. Cosi anche chi scrive. Nei momenti di smarrimento perfino la scrittura può non aiutarti. Ci sono i famosi blocchi dello scrittore, i periodi no, i momenti in cui ti manca l’ispirazione. Molte volte scrivere è una fatica perché poi, come tutti i lavori mentali, è al pari o ancora più stancante di quelli fisici e manuali. Ecco, quando io ho questi momenti, l’unica cosa che mi salva, l’unica che mi aiuta a ricominciare dal punto in cui ho interrotto, è lo sport.

Io mi ricordo benissimo chi ero prima di adesso. Quando rivedo me stessa, nel mio passato, a volte vedo una persona che non riconosco, una persona che mi è difficile accettare che sia un’altra parte di me. Non so dire se io sia tutte e due ed una parte non mi va di guardarla perché mi fa soffrire. Oppure se sono soltanto quella di adesso e guardare quella di prima non mi fa stare bene perché la vedo un’estranea. Questo riguarda tantissime cose, tanti momenti affrontati nella vita. E riguarda anche lo sport. Perché io sono cresciuta con uno sport che pensavo essere il mio. La danza. Che ha fatto parte della mia vita per tantissimi anni. Ed era la cosa più importante che avessi.
Ricordo quando ero a scuola, non riuscivo a seguire molto le lezioni. Perché guardavo l’orologio e non vedevo l’ora che fosse l’ora di andare a danza. Ricordo che, se tutti il pomeriggio desideravano riunirsi, io volevo andare a danza. Ricordo la prima volta che ho preso un aereo. La prima volta che ho fatto un viaggio dedicato alla danza. E mi sentivo importante, perché mi sembrava un passo in più per potermelo ritrovare nel mio futuro. Per quello sport, che pensavo fosse cucito su misura per me, ho fatto un sacco di sacrifici. Ho sacrificato tempo, denaro, energie, rapporti umani. Ed ho fatto delle cose che, guardandomi indietro, mi vedo un po’ folle. Anche perché mi rendo conto che ero molto piccola. E quindi guardare quella bambina, quella ragazzina, fare quelle follie per quello sport che amava, mi fa sorridere ma mi fa anche notare quanta forza aveva già quella ragazzina, anche senza la consapevolezza di adesso. Quello sport mi ha fatto bene ma mi ha fatto anche molto soffrire. Perché per portarlo avanti dovevo sempre lottare contro tutti, perché le persone più importanti della mia vita non lo vedevano bene e allora era una continua lotta. Ad un certo punto arriva all’improvviso un colpo della vita. E li devi scegliere. Capisci che devi smettere, che non può andare, che hai altre responsabilità, che non puoi più farlo. E chiudi. Chiudi definitivamente perchè, quando una cosa ha un’importanza grande ed è un pezzo fondamentale di te, non puoi tenerlo “tanto per”, come se fosse una cosa qualunque. Ti farebbe più male. Capisci che devi fermarti. Appendi le scarpe al chiodo, come un calciatore.
Cosa succede in questi casi? Mentre chi non ha mai fatto sport, o ne ha fatto poco, se smette non si accorge della differenza, chi ha sempre fatto sport subisce un trauma. Sia al corpo che alla mente. Io ricordo benissimo il mio trauma perché, tra i tanti sintomi, non riuscivo più a ballare. Ricordo che andavo alle feste di compleanno e stavo immobile. Ricordo che non andavo in discoteca. E soprattutto ricordo che non appena c’era la musica scappavo a gambe levate. Ricordo che la cosa che mi faceva soffrire di più, ieri come oggi, erano quelli che volevano che superassi questo trauma per forza. E negli anni è successo spesso. La gente si sente padrona della vita degli altri. Ci sono quelli che per forza ti devono buttare in pista o trascinarti a ballare. Ecco queste sono le persone peggiori. Quelle che, senza nessun criterio, e senza conoscerti a sufficienza, vogliono trasformare il tuo percorso. Che invece devi capire e affrontare da solo.

La prima volta, e forse anche l’unica, che sono riuscita a muovere un passo è stato qualche anno fa con quello che per me è stato un amore importante. Ricordo che anche lui non muoveva un passo e non ballava mai, e questa cosa mi consolava perché sapevo che non mi avrebbe mai portata a ballare né mi avrebbe spinta. Anche se, probabilmente, non l’avrebbe fatto ugualmente. Ricordo che, dopo un periodo difficile tra noi, c’eravamo ritrovati da poco, e fece una piccola follia. Nemmeno pensò al fatto che io non ballassi più e, in maniera del tutto spontanea, mise sul cellulare una canzone mentre eravamo in una piazza. Lui, un uomo tutto d’un pezzo, mentre la gente passava e ci guardava, mi disse “balli con me?”
Nonostante un lento non ci voglia granché per ballarlo, e si trattasse di un semplice dondolio, per me fu comunque molto emozionante.

Dopo questo trauma del passato io pensavo che non ci potesse essere più uno sport per me. Poi, quando il corpo comincia a cambiare e la mente anche, e cominci a stare male, decidi di provare. Allora ricordo che provai mille palestre e mille sale ma non mi piaceva nulla. Mi annoiavo, o non mi sentivo a mio agio. Poi, quando avevo dato tutto per perso, un giorno sono arrivata in una palestra, ho visto un’insegnante, ho provato una nuova disciplina. Ho visto un sacco e dei guanti e lì ho sentito qualcosa. Ricordo quest’insegnante, con gli occhi che parlavano. Che poi negli anni avrei scoperto essere molto simile a me: non parla tanto, non abbraccia molto. Però ti parla con gli occhi. Ha gli occhi buoni. Sorride anche quando non se ne accorge. Nonostante fosse qualcuno con cui chiacchieravo poco, in realtà ci chiacchiero poco anche oggi, è stata una persona che a me ha dato tantissimo. Ci sono voluti un paio di anni prima che riuscissi a dirglielo, è un’abitudine recente. Perché poi ad un certo punto capisci che nella vita il tempo non è ai nostri comodi, e che se sentiamo di dover dire qualcosa a qualcuno non dobbiamo rimandare, dobbiamo dirglielo.

Io ricordo che, essendo una di quelle ragazze molto introverse, all’inizio non pensavo mai di riuscire a colpire quel sacco neanche con un mignolo. Per questo mi mettevo sempre in ultima fila, e forse lo ricorda anche lei. Ricordo molto imbarazzo e molto impaccio. Però col tempo la cosa che mi colpiva era la voglia di andare, di non saltare una lezione. Stavo riprovando quelle sensazioni del passato ma in maniera molto più forte. Lì ho cominciato a sentirmi davvero me stessa.
All’inizio non riuscivo a colpire quel sacco in maniera precisa e con la giusta intenzione. Avrei voluto ma non ci riuscivo. Dopo qualche mese o settimana, la mia insegnante vedendomi sempre in disparte e in silenzio mi disse: “Se tu vuoi riuscire a fare questa cosa devi immaginarti che questo sacco sia qualcuno che ti ha fatto stare male, o il tuo problema della giornata, o quello che in questo momento non sta andando nella tua vita. Tu cosa faresti con questa persona? La prenderesti a pugni. Ma nella vita normale non puoi farlo, perché ti arrestano e perché la violenza non si usa, però qui puoi farlo“.
Quel giorno mi ha cambiato la vita. Forse lei nemmeno lo ricorda, perché un’insegnante ha tanti alunni e ne vede tanti tutti i giorni di tutti gli anni. Io, da quel giorno, tutte le volte che sono entrata in sala, ho scaricato le mie giornate, i miei pesi del passato, del presente e le preoccupazioni del futuro. Da quel momento tutto è andato in avanti e io mi sono ritrovata in prima fila, messa al centro, senza sbagliare nulla e vivendomi tutto al massimo delle mie forze. Poi lei è riuscita a fare un miracolo in più perché è riuscita ad avvicinarmi a tutto quello che prima in palestra mi annoiava. Lei è riuscita a costruirmi un percorso mio, a farmi capire tutto quello che potevo fare, a sfidare me stessa e a poter fare sempre di più.

Davvero lo sport ti può salvare. Non dico che da quando ho scoperto lo sport non ho più avuto periodi no, periodi pesanti e periodi brutti. Ne ho avuti molti. Ma la differenza è stata nel come affrontarli. Ogni volta che sono arrivata in quella sala sono uscita diversa da come ero entrata. I problemi li ho sentiti un po’ più leggeri. Forse ho pensato che avrei potuto sistemare le cose o che tutto sarebbe andato meglio, prima o poi. Lo sport ti insegna che non hai limiti. E che, se li hai, non è una vergogna, non è un problema. Ti devi dare tempo. E li devi anche accettare, i tuoi limiti. Perché siamo umani. Ti insegna che se una cosa non ti fa stare bene non la devi fare. Ti insegna che devi imparare a conoscerti.

Finchè lo sport lo vedi solo come qualcosa che devi fare, quasi come se fosse una medicina, non ti aiuterà. Non ti aiuterà se imposto da qualcuno. Non ti aiuterà se devi incarnare il sogno in cui qualcuno non è riuscito. Non ti aiuterà se non te lo senti cucito addosso. Non ti aiuterà se deve essere una fatica andarci. Non ti aiuterà se non vedi l’ora che finisca o se ti senti a disagio. Non ti aiuterà se non ti senti a Casa.

Lo sport ti può salvare. Tutte le volte che in passato sei crollato, che hai avuto momenti bui, che hai preso direzioni sbagliate, oggi che c’è lo sport, oggi che hai imparato a farlo essere parte della tua vita, impari che appena stai prendendo la strada sbagliata, appena stai reagendo nel modo errato ai problemi, lui ti dice: “Sono qui per te. Prenditela con me, ma non con te stessa. Non farti più male.”

Grazie a Marianna Camelia per le foto. Abbiamo imparato a volerci bene parlando di sport.

Settembre, un nuovo anno

Un anno. È passato un anno da quando ho strappato quel biglietto aereo, disdetto il pre-contratto per la casa e detto all’azienda che no, quel contratto di lavoro lo riconsegnavo senza firma.
Ci ho pensato spesso durante quest’anno e, più di tutto, durante quest’estate, in un uno dei periodi più difficili.
Quando fai una scelta nella vita è inevitabile che tu ti chieda spesso come sarebbe andata se avessi scelto al contrario. Solo adesso ho capito che è giusto chiederselo, ma non troppo.

Quest’estate ho rivissuto tutto di un anno fa. E riviverlo non è sbagliato, anzi, serve per superare tutto. Per riiniziare bene.
Crescendo ho imparato che la vera fine dell’anno è agosto, non dicembre. Ferragosto è un po’ come Capodanno. Perché lo senti che passato quel giorno l’estate sta un po’ finendo. Agosto è il mese in cui tracci il bilancio dell’anno appena trascorso, e ti prepari per quello nuovo a Settembre.

Io me lo ricordo un anno fa. Me lo ricordo bene.
Ero innamorata. Non come le altre volte, era diverso, anche se non sapevo spiegare come. Insomma, quando incontri una persona e pensi sia stata cucita su misura per te. Ero felice. E nel conoscere quella felicità mi ero resa conto che io felice non lo ero stata mai nella vita.
Di quelle persone che conosci per caso, proprio quando tu con l’amore avevi detto “basta”. Insomma ero felice. Anche quando le giornate andavano storte. Anche quando tutto il resto non andava.
Ricordo che facevo tanti lavori “perché dovevo”. Solita storia di molti, no? Devi arrivare a fine mese in qualche modo. Da sempre in realtà. La differenza è che, forse, prima un po’ mi era pesato. Poi avevo incontrato lui e di colpo il mondo era diventato leggerissimo, una piuma! Insomma avete presente quando guardate quei film, o leggete quei libri, e pensate che quelle cose a voi non capiteranno mai? Che forse nemmeno esistono? Ecco Giorgio Faletti diceva: “Ci sono cose che sembrano possibili solo nei film. Nessuno sa che a volte finiscono nei film proprio perchè sono già successe nella realtà”.
Io lo stavo vivendo. E non una favola attenzione, le favole non hanno senso. Ha senso la vita reale. Fatta di litigi, incomprensioni, sfuriate, fare finta di odiarsi per poi amarsi più di prima. Insomma la vita vera. Cucini, pieghi un pigiama, fai colazione, lavi i piatti, fai la spesa, aspetti che stacchi da lavoro per raccontarsi tutto, piangi, urli, ami. La vita vera. Quella quando decidi in due, e serenamente, che forse per mangiare in quel locale aspettate il mese prossimo, che in questo siete già entrambi con i soldi contati. Perché tanto a casa state benissimo. Oppure uscite, sì, ma per un panino al volo. Che tanto non vi manca niente lo stesso. La vita vera. Quella che se tu hai un problema, quel problema è anche il mio. E se posso ti do una mano, sennò ti abbraccio e basta.

Io me lo ricordo ancora quel giorno. Il giorno in cui un mio ex professore mi chiama e mi dice che c’è questa opportunità. C’era quest’azienda importante italiana, che stava aprendo una sua nuova sede in una città all’estero. C’erano solo due posti nel settore mio, attinente alla mia laurea. Penso: “lo faccio o no il colloquio?” Prima mi dico “ma che lo faccio a fare? Figuriamoci se su mille persone tra quei due posti prendono me”. Poi però decido di mettermi alla prova. Non perché quel posto lo volessi ottenere per forza, ma perché volevo vedere dove le mie capacità potessero arrivare.
Sono sempre stata così io. Mi ricordo ancora quando appena finiti gli esami di maturità presi un aereo di nascosto dai miei genitori e volai a fare i test d’ingresso per una delle Università che sognavo, un po’ lontana e che non avrei mai potuto permettermi in quel momento. Però volevo farli lo stesso quei test. Anche in quel caso, non mi interessava prendermi quel posto, mi interessava sfidare le mie capacità. Lo feci.
E feci anche il colloquio l’anno scorso. Ricordo che quel colloquio fu stranissimo. Come sempre mi ero preparata al meglio, per forma e presenza, per poi finire in un disastro totale. La solita Bridget Jones, come mi chiama mia madre. Feci delle brutte figure assurde, inciampai nella mia solita spontaneità con cui faccio a botte spesso. Quando finì pensai a tutte le stupidaggini che avevo detto, a tutte le parti di me che non so contenere e mostro inconsapevolmente. E che non sono proprio la forma ottimale in questi casi. Poi non ci pensai più, continuai la mia vita normalmente.

Pochi giorni dopo vengo contatta: esito positivo del colloquio, più tutti i dettagli qualora avessi accettato. Capito? Presa. Ero stata presa. Scelta. Proprio io. La Bridget Jones.
C’era tutto in quella possibilità che la vita mi stava dando: un contratto per un lavoro sicuro e fisso (che qui probabilmente non otterresti mai), uno stipendio dignitoso e, soprattutto, la possibilità di poter vivere in un’altra città dimenticando la mia. Tutto quello che avevo sempre desiderato. Tra un mese esatto da quella telefonata sarei dovuta partire. Il primo di settembre iniziava praticamente tutto.
Mi davano qualche giorno per pensare. Chiusi il telefono nell’incredulità e nella confusione più totale. Lavoro fisso e amore vero. La vita me li aveva mandati entrambi insieme, nello stesso momento. Solo che l’uno escludeva l’altro. Cosa avrei dovuto scegliere?
Passai i giorni a pensare. Il lavoro mi avrebbe dato tutto quello che avevo sempre desiderato. Ma lui, quel lui, era stata la cosa più bella di tutta la mia vita.

Me lo ricordo ancora il giorno che glielo dissi. Era molto contento per me, insomma finalmente la mia vita sarebbe potuta cambiare e finalmente era arrivato ciò che desideravo da sempre. Mi disse.
La prima volta rimasi sconvolta. Ebbi l’impressione che non gli importasse nulla di perdermi. Per fortuna si rese conto da solo che quello non era il modo giusto di “proteggermi” allontanandomi da lui. Non puoi decidere tu al posto del cuore. Credo se ne rese conto. Perché poi lasciò parlare solo lui, il cuore intendo.
Lui era distrutto quanto me. Perderci ci faceva male. Che senso aveva la vita nell’averci fatto incontrare per poi dividerci? Cosa voleva dimostrare? A quale prova ci stava sfidando? Anche perché lei, la vita, lo sapeva bene che non avremmo mai potuto gestire una storia a distanza. In primis perché io non ci credo e non ne uscirei viva. In secundis perché anche lui, come me ma per cose diverse, aveva una vita stra complicata che non gli avrebbe mai permesso spostamenti.

Me lo ricordo agosto dell’anno scorso. Me lo ricordo bene. Il mese più bello e più brutto della mia vita. Dopo quei pochi giorni che mi avevano dato per decidere dovetti dare una risposta. Parto. Mi trasferisco. Avevo deciso così. Non potevo lasciare andare quell’occasione per amore, no? Com’è che si dice in questi casi “l’amore va e viene”, e poi “pensa prima a te stessa”. Le solite frasi, no? Quelle giuste.
Iniziai a fare il biglietto aereo. Affittai la prima casa nella quale sarei andata a stare, in attesa di sistemarmi meglio. Cominciai a sistemare le cose qui per lasciarle al meglio. E pian piano lasciai anche i lavori che facevo qui. Nulla era facile in quei giorni. Ogni passo verso settembre era quasi un incubo. Alternavo momenti. Magari quando io e lui litigavamo, o notavo i suoi innumerevoli difetti, o mi rendevo conto delle difficoltà che avevamo e delle distanze che c’erano tra noi, pensavo “ma per cosa dovrei restare? Faccio bene a partire”. Altre volte, invece, quando eravamo insieme mi rendevo conto che non mi mancava nulla, e che nulla di meglio avrei voluto in quei momenti. E quindi era una lotta. Lotta che mi portava alcune volte a decidere di non sentirlo più e chiudere, così ci trovavamo avvantaggiati per il giorno degli addii, che li odio pure. Ma poi non duravamo. E il giorno dopo eravamo di nuovo lì, abbracciati. E si stava bene. Un sacco di volte ci capitava di fermarci un attimo ed avere gli occhi lucidi, insieme. Me lo ricordo ancora quella volta in cui ci guardammo un po’ più del previsto, senza dire una parola ma dicendo ugualmente tutto. Ma per una volta, finalmente, lui non stava lasciando me ad interpretare e lo disse: “non partire. Devi guardare il film ‘The family man’ se non l’hai mai fatto.” Mi spiegò il film, io gli dissi che lo conoscevo a memoria. Continuò a spiegarmelo ugualmente. “Rischiamo di perdere noi. Dopo tutto il tempo che abbiamo impiegato per trovarci.” Disse così. Per me fu bellissimo. E forse era anche quello che volevo sentirmi dire. C’era stato spesso silenzio e tremavo all’idea che in fondo perdermi per lui non fosse poi così brutto. Levò i dubbi. E li levò sempre da quel giorno in poi.

Ogni tanto mi capitava di essere davanti il computer con la tentazione di disdire tutto. Al diavolo i soldi spesi. Al diavolo i lavori lasciati. Però poi non ci riuscivo. Avevo paura di perdere un’occasione.
E poi accadde, due giorni prima di partire, mi ero resa conto che non avevo nemmeno iniziato a preparare la valigia, una grande di quelle dove devi mettere dentro tutto il possibile perché non sai quando avrai le prime ferie e potrai tornare. E quando presi quella valigia mi resi conto che mi girava la testa. Che mi veniva da vomitare. Io stavo facendo una forzatura su me stessa, partendo. Io volevo stare con lui. Volevo noi. Seppur pieni di difficoltà, vite entrambi complicate, traumi da superare a vicenda, e difetti da incastrare. Noi ci riuscivamo. Ad incastrarci. Sì, al diavolo tutto. Strappai il biglietto aereo, feci la disdetta per la casa e telefonai all’azienda: “rinuncio al lavoro” gli dissi.
A lui non lo chiamai subito, resistetti. Erano giorni, gli ultimi, in cui si era chiuso in un silenzio di rassegnazione. Immaginarlo pensieroso e triste mi faceva male ma volevo fargli una sorpresa. Da film quasi. Se la meritava. In effetti per farmi restare aveva fatto di tutto. Perfino colloqui di lavoro qui al posto mio. Gli chiesi di vederci quella sera, per salutarci ed evitare di farlo in aeroporto. Nel frattempo gli scrissi delle lettere, nelle quali gli dicevo che sarei rimasta, e le misi dentro dei palloncini che poi attaccai lungo la staccionata nel punto dove ci eravamo visti la prima volta.
Quel giorno gli mandai un messaggio, e gli chiesi di salutarci lì. L’ultima volta come la prima. Poi mi nascosi e lasciai la mia migliore amica ad aspettarlo. Io potevo vedere lui da lontano, ma lui non poteva vedere me. Lo immaginavo con le mani tremanti leggere quelle lettere, e speravo nella sua felicità. Ci fu. Alla fine fu bello. Anzi fu bellissimo.

Insomma questa è la storia. E non vi aspettate un lieto fine, perchè non c’è. Dopo un po’ ci lasciammo. Non era previsto. Va beh, non è mai previsto quando ami, no? Ad oggi non so dire se fu giusto così. Combinammo un casino dietro l’altro e, anziché capire come risolverli, li incasinavamo di più e ne producevamo altri. Insomma ad un certo punto tutto sembrò irrecuperabile. E poi cominciammo a sbagliare i tempi. Quando volevo recuperare io lui era assente. E quando sembrava voler recuperare lui ero assente io.
Se fu facile? No. Ma non glielo dissi mai.
Fu difficile perché qui poi non avevo più niente, ormai. E quindi dovetti ricominciare. Inventarmi qualcosa. Come molte altre volte nella vita, ancora.

Ho passato molto tempo durante quest’anno a chiedermi come sarebbe stata la mia vita se fossi partita. Soprattutto nei momenti di difficoltà, quando la mia vita mi stava stretta, o quando ho incontrato le persone sbagliate, o quando mi sembrava che la ruota per me non volesse girare mai.

E poi c’è stata quest’estate. Uso questo tempo verbale perché ormai possiamo dire che siamo alla fine.
Ho rivissuto tutto come se fosse oggi.
Poi mi sono presa un po’ di tempo per pensare. Ho colto segnali e finalmente ho capito. Molto.
Ho capito che qualunque scelta facciamo ci faremo sempre delle domande sulla scelta opposta. Forse se fossi partita avrei avuto una vita migliore, o forse no. Chi può dirlo? Chi può saperlo? Nessuno. L’unica certezza che ho è che, se avessi fatto la scelta opposta partendo, mi sarei comunque fatta delle domande chiedendomi come sarebbe stato se fossi rimasta a vivermi quell’amore e quella felicità vera.
E poi, non avrei vissuto tutto quello che ho vissuto quest’anno e che, nel bene e nel male, mi ha dato tantissimo.
Ad esempio non avrei mai iniziato a fare il mestiere che poi in effetti ho fatto: scrivere. Il mio sogno. La mia vita. La cosa che forse mi riesce meglio. Non avevo mai pensato che avrei potuto scrivere ed essere pagata. Poco o tanto, per un tempo più o meno lungo, non importa. Non importa se lo farò ancora o se un giorno non potrò più farlo. Quest’anno l’ho fatto. E non solo: ho scoperto altri lati di me e fatto esperienze incredibili!
E poi sono stata a capo di un gruppo di ragazzi fantastici, “i miei ragazzi” come li definisco io quando parlo agli altri di loro.
Ho fatto anche dei viaggi bellissimi, visitato nuovi posti e riscoperto altri. Penso, ad esempio, a Parigi e Strasburgo.
E poi sono stata a fianco di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo, un’esperienza che non dimenticherò mai.
E ancora, ho letto per la prima volta le mie poesie su un palco, con un microfono ed un pubblico a fissarmi.
Ho conosciuto tantissime persone nuove quest’anno, ed altre le ho conosciute meglio. Molti mi hanno deluso, molti si sono rivelati dei grandissimi bluff, altri ancora delle scoperte stupende.
Ho fatto molti errori quest’anno. Ed ho fatto alcune scelte che, col tempo, si sono rivelate sbagliate: o c’era anche per quelle un motivo? Chissà.
Sono stata molto male in molti momenti, ma ancora una volta sono cresciuta, mi sono ancora di più fortificata. Lottando ogni giorno per evitare che queste delusioni possano farmi cambiare e chiudere il cuore alle emozioni. Cercando di restare sempre quella che sono.

Quello che so è che non rimpiango nulla. Ma questo l’ho capito solo adesso, alla fine dell’anno. Quando ho tracciato il mio bilancio. Non rimpiango il biglietto strappato l’anno scorso. E a chi ridendo mi ha sempre detto “ma dai l’hai fatto per amore?”, “ma dai non vedi che alla fine è finito?”
Sì, è finito. Va bene così. Doveva andare così. Forse un giorno capirò il perché, capirò che è stato meglio. Forse un giorno arriverà qualcuno che riuscirà ad amarmi di più. Vivrò qualcosa di più bello ancora. Mi sentirò di nuovo a casa. Protetta, coccolata, amata. E allora penserò che doveva andare così. Magari invece non arriverà ma sarò felice lo stesso. Con la vita che giorno per giorno mi costruisco. Tra sacrifici e impegno.
Io quel biglietto dovevo strapparlo. Non per fare un favore a qualcuno. Non perché sono stata costretta. Non perché ci ho pensato poco. L’ho fatto perché ero felice. In quel momento quella era la cosa che più mi rendeva felice. E quando fai qualcosa per la tua felicità non è mai un errore. Ora lo so.

E so anche che quest’estate mi ha portato novità, proposte e nuove scelte da fare. Ed io mi sono presa anche questa volta il tempo per decidere e capire. E l’ho fatto, scegliendo quello che sembra più giusto in questo momento. Perché c’è un tempo giusto per tutto. E le scelte che ho preso mi aspettano a settembre. Con nuovi cambiamenti.
Non so ancora cosa la vita ha in serbo per me. Non so tra un anno cosa scriverò nel mio nuovo bilancio. Ma so che sono pronta per una nuova pagina bianca, tutta da scrivere. Buon anno!

Gli odori della nostra vita

Ci sono odori e profumi che non possiamo dimenticare, nemmeno a distanza di mesi o anni. Perché sono gli odori che hanno fatto da colonna sonora ai momenti più importanti della nostra vita.

Quando ci riferiamo a questo tipo di odori, non intendiamo il profumo in sé, cioè quello confezionato che ogni persona usa. Anche se è vero che spesso amiamo il profumo che qualcuno indossa, e ci capita di risentirlo negli altri o semplicemente in giro, quello di cui parliamo è un altro tipo di profumo.
È un odore che non si sente soltanto con il naso, con l’olfatto. È un odore che si sente con la pelle, con gli occhi e con l’anima. Sono quei profumi che ti entrano dentro, senza che te ne accorgi, e poi ti restano. Sono i profumi che più ti scombussolano, che ti provocano emozioni, belle o brutte che siano. Che ti evocano ricordi e ti fanno rivivere costantemente lo stesso momento di quando l’hai sentito.

Questo tipo di profumo non sempre ha una spiegazione. Tu cammini per strada, senti un profumo e lo colleghi a qualcosa. Non sempre focalizzi subito cosa. A quanti di noi è capitato di dire “mi ricorda qualcosa ma non so cosa”. Ecco. Non sempre un profumo è immediato. Non sempre l’associazione è chiara. Magari dentro di voi quell’odore è entrato, e li è rimasto, ma senza che voi ve ne siate accorti. O forse l’associazione è dolorosa, il ricordo di quel momento o di quella persona lo è, e allora inconsciamente lo rimuovi, non lo accetti, non vuoi sentirlo. Il più delle volte questa lotta interiore con noi stessi è inutile. Un odore ti entra dentro e lì resta.

I primi profumi che ricordiamo sono di solito associati a periodi della nostra infanzia. Penso che ognuno di voi ha il suo, o anche di più.
Io il primo che ricordo lo associo a mia nonna. Che poi è la persona che mi ha cresciuta. Una mamma. Ed è quello della salsa. Ne associo molti altri a lei, ma questo è quello più forte. Si alzava prestissimo per farla. Il profumo saliva su per le scale, oltrepassava due piani. Non ho più conosciuto nessuno che facesse la salsa come mia nonna. Io poi nemmeno ne mangio. Mangiavo la sua però. La mangiavo non con la bocca ma col naso, quasi. Anche mia madre a casa la faceva, ma non era come quella di nonna. Nessuna salsa lo è mai più stata. Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di magico in quel sugo. Forse era la combinazione perfetta del sale e dello zucchero. O forse i pomodori che sceglieva con cura. O forse quel modo di girarla alla perfezione, mentre per la casa riecheggiava il borbottio della padella scoppiettante. Io nemmeno arrivavo ai fornelli, piccola com’ero. E poi a nessuno era permesso mettere le mani mentre la nonna cucinava, la salsa soprattutto. Però io ero speciale, a me lo permetteva. Per aiutarmi ricordo che prendeva una sedia, mi aiutava a salire e finalmente la mia altezza combaciava con i fornelli. Mi dava il mestolo e avevo il permesso di girarla. Nel senso in cui mi diceva lei, correggendomi quando sbagliavo il senso o l’andatura.

Ai nonni penso che i nipoti associno un sacco di odori. Mio nonno ad esempio, appena il giardiniere andava via, mi prendeva per mano e mi portava in giardino. Ci sedevamo sull’erba, lì in campagna e mi diceva di respirare. Si sentiva l’odore dell’erba appena tagliata. Non credo amassi particolarmente la campagna io, sono sempre stata più un tipo da città, fin da piccola, però il nonno riusciva a farmelo amare quell’odore. Mi diceva che era l’odore di rinascita. Il prato tagliato era la metafora della vita: quando qualcosa non va più bene non si può restare immobili né aspettare, bisogna fare qualcosa. Si taglia la parte che non va bene, ma non si toccano le radici, la parte più vera e profonda di noi stessi. E come il prato riprende a respirare, anche noi possiamo riprendere a farlo. Non saprei dire se da grande sono stata così brava a rispettarla questa metafora. Ma so che l’odore è rimasto.

Però gli odori non sono soltanto così specifici: salsa = nonna, erba = nonno. Di questi possiamo averne a migliaia. Tanti odori che associamo ad una madre, ad un padre, ad un familiare caro o ad altri. Io in realtà non mi ero mai soffermata a pensare agli odori. Ho iniziato quando ne sentivo uno e non sapevo spiegare quale fosse. Mi riferivo al profumo dell’estate. Io questa stagione non l’ho mai amata particolarmente, amo il mare sì, ma non ho ricordi belli e importanti collegati. Quando è arrivata ho iniziato a guardarmi in giro, mi sentivo circondata da odori. Senza nulla di specifico. E li associavo tutti ad una persona. Che fa parte del passato. Che non fa più parte della mia vita, ma che ha reso per la prima ed unica volta nella mia vita, un’estate speciale. Forse perchè odorava di felicità, di sentirsi amata, finalmente. Allora mi sono accorta che ogni tratto d’estate, ogni raggio di sole, ogni luce di luna, ogni sera stellata, ogni frastuono di bambino e di vita fino a tardi me lo ricordava. È stato lì che ho capito che un odore può essere qualcosa di indefinito. L’odore di una stagione, senza nulla di specifico ma tutto che si associa.

Così mi sono interrogata. Ho iniziato a riflettere sugli odori indefiniti e non specifici. E mi sono accorta che sono un sacco quelli che possiamo associare.
Ad esempio c’è l’odore dei fallimenti. È l’odore di quando volevi far qualcosa ma non hai potuto, di quando ci credevi ma non è andata. L’odore di quando non ci sei riuscito.

Poi c’è l’odore della rabbia. Quando sei così arrabbiato con il mondo che vorresti spaccarlo tutto, pezzo per pezzo. Quando sei così arrabbiato che quasi non respiri. L’odore di quando vorresti urlare piangere e colpire un muro. E invece quella rabbia è così grande che non riesci a fare nulla. Quel dolore che se ne sta lì, immobile dentro di te. Ecco, l’odore del dolore. Il più forte di tutti, quello che ti resta dentro l’anima. Non credo esista un solo odore per il dolore.
Il dolore, di solito, è collegato ad un momento o ad una persona, e avrà un odore che non sarà uguale per ogni brutto momento o per ogni persona che ci ha fatto male. Però il dolore è universale. Il petto che si spacca, le gambe che vacillano, il cuore preso e frammentato. È quello. L’odore di quando credi di non farcela. Di non potercela fare. L’odore del vuoto che ti resta dopo, quando il dolore ti cambia. Ti svuota e ti fa chiudere alla vita. Anche se non glielo dovremmo permettere. Anche se dovremmo ricominciare ogni giorno come se non avessimo mai sofferto, ma non si può.
L’odore della rabbia, del dolore, della paura. Figli della stessa madre.
L’odore dell’abbandono. Non ti ho trovato più.

E poi c’è l’odore del tempo. Quando la vita ci scappa tra le mani e ci sentiamo in ritardo. Come sei arrivato fino a qui? Di già? Avevi tanti progetti, tanti sogni, dove sono finiti? L’odore del tempo che corre. Che non si ferma. Che non ti aspetta. I rimpianti ed i rimorsi. “Avrei potuto dire, avrei potuto fare”, “e se…”. E mentre pensiamo a tutto quello che non è andato, a tutto quello che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto, a tutti gli errori commessi, il tempo continua a passare. E noi ne perdiamo dell’altro.

E poi ci sono i due odori più importanti: quello dell’oggi e quello del domani.
L’oggi profuma della mia migliore amica. Lei ha tutti i profumi della mia vita. Odora di pollo al curry, di cocco e di vaniglia. Ma odora anche di Casa, di un porto sicuro, di notti tra lacrime che diventano sorrisi. Odora di mani che ti tengono. Di abbracci sentiti, pochi. Ma forti. Odora di cose mai conosciute e d’improvviso scoperte. Di fiducia. Di rispetto. Di ritorni. Di litigi e di pace. Odora di famiglia, di chi puoi contare, di chi c’è. Odora di silenzi, che non pesano perché sanno già parlare. Odora di serenità. Di racconti complici mettendo a nudo tutta te stessa. Lei ha tutti gli odori che sento in giro. Odora di Vita. Odora di Amore, qualunque forma sia.

L’odore del domani non lo conosco. Nessuno di noi lo conosce. Mi piace pensare che sia un odore bello, che la felicità si farà sentire. Che non può girare sempre contrario il vento. Ma se così dovesse essere va bene anche perché, alla fine, gli odori che ci hanno fatto più male sono anche quelli che ci hanno reso così forti come siamo oggi.
Siamo chi siamo più per il dolore vissuto che per le cose belle, e se impariamo a pensare che tutto accade per un motivo possiamo accettare qualsiasi vento contrario.

Salvare i rapporti, ma in due

Prima di stremarvi nel salvare un rapporto ponetevi una sola domanda: lo volete in due? Perchè, sia chiaro, non riuscirete mai a salvare un rapporto da soli. Potrete provarci, certo, e tutte le volte che vorrete. Ma da soli non riuscirete nell’impresa. Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che ci sono persone che da sole hanno salvato rapporti. Falso. Percezioni distorte. Vi spiego il perchè. C’è sempre, o molto spesso, una delle due persone di un rapporto che si trova più in grado di tenere l’altro. Ci sono persone che sono portate a scappare, magari per ferite, traumi, paure ingestibili, insicurezze. Il più delle volte non è fatto con cattiveria o con mancanza di amore, ma questo sta nella sensibilità e nell’empatia dell’altro riuscire a capirlo. Se l’altro lo capisce vi tiene, in maniera stretta. Più stretta possibile. Perchè se non lo facesse la probabilità più ovvia sarebbe quella di mettere fine a quel rapporto. Bene, a questo punto qualcuno dirà che questa persona è l’unica ad aver salvato il rapporto. Ripeto: falso. Questa persona è semplicemente quella che ha messo i mezzi più giusti, e forse un piccolo sforzo in più. Ma i rapporti si salvano sempre in due. Infatti, riesci a tenere stretta una persona se quest’ultima vuole essere tenuta. Il più delle volte vuole proprio questo, qualcuno che nel momento in cui ti viene da scappare ti sappia tenere. Stringere. Riflettete dunque dopo questo esempio: chi salva il rapporto in questi casi? Entrambi! In questi casi entrambi vogliono tentare ancora una strada insieme, entrambi non vogliono perdersi, entrambi (ma con modi diversi) cercano di esserci.
A me ad esempio è capitato. Essere tenuta intendo. Anche io ho vissuto rapporti in cui la mia tendenza era quella di scappare. Ovviamente non sono sensazioni che controlli, e a spiegarle magari non hanno nemmeno un senso. Però accade. A volte si scappa quando si sta bene, ad esempio. Il che, lo so, sembra quasi un paradosso.
Qualcuno potrebbe obiettare: se stai bene perchè dovresti scappare? Vi sembrerà assurdo, ma la felicità a volte fa paura. Dipende forse dalla vita vissuta, dalle esperienze, dalle ferite e cicatrici che ci portiamo dentro. Più o meno funziona così: quella felicità l’abbiamo cercata da una vita, la troviamo e vorremmo che non finisse mai. Ma… lì cominciano i pensieri, ingestibili: e se finisse? E se starò di nuovo male? Allora a quel punto pensiamo che sia meglio darsela a gambe levate, di corsa! D’altronde, che ne sappiamo noi della felicità? Che conseguenze porta? Dov’è il foglietto illustrativo che ci spiega gli effetti collaterali e indesiderati? Non c’è.
Ma torniamo al nostro discorso: salvare i rapporti. Provateci. Fatelo. Tutte le volte che vi sembra necessario. Tutte le volte che sentite qualcosa in sospeso. Magari un rapporto si chiude, ma solo apparentemente, mentre dentro di voi non del tutto. Ci sono stati problemi, incomprensioni, litigi, discussioni, e chi più ne ha più ne metta. Siete arrivati a pensare che quella potesse essere la persona più sbagliata sulla faccia della terra. Avete sbattuto le mani sul volante ripetendovi “ma chi me l’ha fatto fare?”

E ancora, quante volte avete pensato che incontrare e innamorarvi di quella persona fosse stato l’errore più grande della vostra vita? Capita. La stanchezza, la rabbia, i dubbi portano a pensare e dire di tutto. Siamo umani e siamo fragili. E so che spesso essere fragili non ci piace. Ma forse è proprio quella una delle parti più belle di noi.
E dopo tutto il cielo grigio, la tempesta, la pioggia e la grandine chiunque spera di affacciarsi sul balcone e trovare un arcobaleno. O almeno un raggio di sole. Anche timido. In lotta con le nuvole. Proprio come in lotta lo siete dentro voi stessi. Fermatevi un attimo a pensare: perchè quel rapporto è nato? Avete passato bei momenti? Avete vissuto forti sensazioni? Se la risposta è sì fate bene a volerci riprovare, a voler fare altri tentativi.

Provare emozioni è raro. Il più delle volte ci si sente apatici e annoiati. Un cuore che batte, un sorriso la mattina e uno prima di addormentarvi. E un altro ancora, fisso durante tutta la giornata. L’avete trovato? Non perdetelo. Non cullatevi nel pensiero facile che tanto arriverà qualcun altro a farvi riprovare le stesse sensazioni. Non funziona così. L’amore è qualcosa di raro. Quindi sbracciatevi e mettetevi di buona volontà: come facevano i nostri nonni, che prima di buttare un rapporto ci pensavano tantissimo. Volte su volte. Uno scrittore diceva: “se si tiene a qualcosa, l’ultimo tentativo è sempre il penultimo”.
La conoscete questa scultura?

Si chiama “Amore”, ed è dello scultore Alexander Milov.
Raffigura un uomo e una donna, ormai adulti, che si voltano le spalle, ma il loro bambino interiore vuole soltanto avvicinarsi all’altro e amare.
L’opera rappresenta un conflitto tra un uomo e una donna. La loro interiorità è rappresentata da bambini trasparenti che cercano di toccarsi. Al calare della notte, i bambini si illuminano all’interno della scultura. Questo brillare è un simbolo di purezza e sincerità, e rappresenta la possibilità delle persone di riavvicinarsi e unirsi dopo un periodo buio.
L’opera rappresenta un vero e proprio inno all’amore che abbiamo dentro di noi ma che spesso per varie ragioni rimane intrappolato e inespresso. I due personaggi adulti vengono rappresentati come chiusi in se stessi attraverso la simbologia della grata. Grazie alla luce il loro bambino interiore e l’amore cercano di riemergere, i due bambini tendono le mani per ritrovarsi e ricongiungersi.
L’artista coglie il lato più vero e fragile dell’amore: la chiusura, il distacco.
Da un lato viene rappresentato il conflitto, che elimina ogni forma di contatto e dialogo; dall’altro due bambini, letteralmente chiusi nel corpo degli adulti, tendono le loro mani l’uno verso l’altro, in cerca di un contatto.

Provate. Tentate. Parlate, guardatevi. Fidatevi degli occhi, quelli non sbagliano mai. Se scappa un sorriso, vuol dire che siete ancora in tempo. Se vi riconoscete, vuol dire che non vi siete mai persi.
Attenzione però: ponetevi dei limiti. E qui ritorniamo al discorso iniziale. Dovete ragionare in due, non da soli. Che significa? Che tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad ora dovete volerlo in due. Se questo non accade, fermatevi. E per consiglio, non impiegate mesi e mesi a logorarvi. Non serve. La vostra maturità e la vostra forza si trovano anche in questo: capire quando è il momento di andare via.
Le esperienze di vita passate ci devono servire, altrimenti la vita non ci avrà insegnato niente e noi non avremmo imparato nulla. Per questo dovete essere forti, stavolta ancora più forti delle altre volte. Fate il massimo per recuperare un rapporto. Fatelo perchè domani possiate guardarvi allo specchio e sentirvi sicuri di aver fatto il possibile. Non preoccupatevi di perdere l’orgoglio, e lasciate stare il giudizio degli altri.
L’amore è una cosa troppo preziosa e delicata per lasciarlo andare per vocaboli che in amore non servono.
Provate fino all’ultimo. Voi nell’amore che avete provato ci credete? Per voi è stato importante? Provate, allora, a salvare quel rapporto.
Urlatelo, ditelo, scrivetelo. Scegliete voi la forma che più vi si addice. E poi guardate l’altro: c’è? Se la risposta è sì, provate ad uscire insieme dalle macerie nelle quali vi siete cacciati da soli con quel grande casino che si chiama “Amore“. Magari non funzionerà di nuovo, magari durerete due giorni o tre. Non importa. Non vi porterete rimpianti e avrete sempre scommesso e lottato per amore. Ricordatevi che gli amori facili non esistono. Ricordatevi che l’amore più è complicato, più ti batti per esso, più è vero. I momenti bui a volte servono, si esce da essi diversi e si è pronti a riiniziare daccapo. Senza colpe e rancori.
Ma se l’altro non c’è allora non affannatevi, non incolpatevi, non logoratevi. Da una parte l’amore è finito. Non accettate nessun’altra spiegazione. Perchè, ricordatelo, finché c’è amore si lotta. Dunque l’amore da una parte è finito. Non è la vostra parte e questo fa male. Non fa nulla, il dolore insegna e fortifica. Ma non potete costringere qualcuno ad amarvi, mai. E voi meritate altro. Magari questo dolore serve ed ha un motivo. Magari per voi c’è altro che vi attende. Perciò non restate fermi al gelo davanti ad una porta che non apre. Prendete la vostra valigia, guardate avanti e non voltatevi più.
Il domani, per voi, è tutto da scrivere.

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