Gli odori della nostra vita

Ci sono odori e profumi che non possiamo dimenticare, nemmeno a distanza di mesi o anni. Perché sono gli odori che hanno fatto da colonna sonora ai momenti più importanti della nostra vita.

Quando ci riferiamo a questo tipo di odori, non intendiamo il profumo in sé, cioè quello confezionato che ogni persona usa. Anche se è vero che spesso amiamo il profumo che qualcuno indossa, e ci capita di risentirlo negli altri o semplicemente in giro, quello di cui parliamo è un altro tipo di profumo.
È un odore che non si sente soltanto con il naso, con l’olfatto. È un odore che si sente con la pelle, con gli occhi e con l’anima. Sono quei profumi che ti entrano dentro, senza che te ne accorgi, e poi ti restano. Sono i profumi che più ti scombussolano, che ti provocano emozioni, belle o brutte che siano. Che ti evocano ricordi e ti fanno rivivere costantemente lo stesso momento di quando l’hai sentito.

Questo tipo di profumo non sempre ha una spiegazione. Tu cammini per strada, senti un profumo e lo colleghi a qualcosa. Non sempre focalizzi subito cosa. A quanti di noi è capitato di dire “mi ricorda qualcosa ma non so cosa”. Ecco. Non sempre un profumo è immediato. Non sempre l’associazione è chiara. Magari dentro di voi quell’odore è entrato, e li è rimasto, ma senza che voi ve ne siate accorti. O forse l’associazione è dolorosa, il ricordo di quel momento o di quella persona lo è, e allora inconsciamente lo rimuovi, non lo accetti, non vuoi sentirlo. Il più delle volte questa lotta interiore con noi stessi è inutile. Un odore ti entra dentro e lì resta.

I primi profumi che ricordiamo sono di solito associati a periodi della nostra infanzia. Penso che ognuno di voi ha il suo, o anche di più.
Io il primo che ricordo lo associo a mia nonna. Che poi è la persona che mi ha cresciuta. Una mamma. Ed è quello della salsa. Ne associo molti altri a lei, ma questo è quello più forte. Si alzava prestissimo per farla. Il profumo saliva su per le scale, oltrepassava due piani. Non ho più conosciuto nessuno che facesse la salsa come mia nonna. Io poi nemmeno ne mangio. Mangiavo la sua però. La mangiavo non con la bocca ma col naso, quasi. Anche mia madre a casa la faceva, ma non era come quella di nonna. Nessuna salsa lo è mai più stata. Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di magico in quel sugo. Forse era la combinazione perfetta del sale e dello zucchero. O forse i pomodori che sceglieva con cura. O forse quel modo di girarla alla perfezione, mentre per la casa riecheggiava il borbottio della padella scoppiettante. Io nemmeno arrivavo ai fornelli, piccola com’ero. E poi a nessuno era permesso mettere le mani mentre la nonna cucinava, la salsa soprattutto. Però io ero speciale, a me lo permetteva. Per aiutarmi ricordo che prendeva una sedia, mi aiutava a salire e finalmente la mia altezza combaciava con i fornelli. Mi dava il mestolo e avevo il permesso di girarla. Nel senso in cui mi diceva lei, correggendomi quando sbagliavo il senso o l’andatura.

Ai nonni penso che i nipoti associno un sacco di odori. Mio nonno ad esempio, appena il giardiniere andava via, mi prendeva per mano e mi portava in giardino. Ci sedevamo sull’erba, lì in campagna e mi diceva di respirare. Si sentiva l’odore dell’erba appena tagliata. Non credo amassi particolarmente la campagna io, sono sempre stata più un tipo da città, fin da piccola, però il nonno riusciva a farmelo amare quell’odore. Mi diceva che era l’odore di rinascita. Il prato tagliato era la metafora della vita: quando qualcosa non va più bene non si può restare immobili né aspettare, bisogna fare qualcosa. Si taglia la parte che non va bene, ma non si toccano le radici, la parte più vera e profonda di noi stessi. E come il prato riprende a respirare, anche noi possiamo riprendere a farlo. Non saprei dire se da grande sono stata così brava a rispettarla questa metafora. Ma so che l’odore è rimasto.

Però gli odori non sono soltanto così specifici: salsa = nonna, erba = nonno. Di questi possiamo averne a migliaia. Tanti odori che associamo ad una madre, ad un padre, ad un familiare caro o ad altri. Io in realtà non mi ero mai soffermata a pensare agli odori. Ho iniziato quando ne sentivo uno e non sapevo spiegare quale fosse. Mi riferivo al profumo dell’estate. Io questa stagione non l’ho mai amata particolarmente, amo il mare sì, ma non ho ricordi belli e importanti collegati. Quando è arrivata ho iniziato a guardarmi in giro, mi sentivo circondata da odori. Senza nulla di specifico. E li associavo tutti ad una persona. Che fa parte del passato. Che non fa più parte della mia vita, ma che ha reso per la prima ed unica volta nella mia vita, un’estate speciale. Forse perchè odorava di felicità, di sentirsi amata, finalmente. Allora mi sono accorta che ogni tratto d’estate, ogni raggio di sole, ogni luce di luna, ogni sera stellata, ogni frastuono di bambino e di vita fino a tardi me lo ricordava. È stato lì che ho capito che un odore può essere qualcosa di indefinito. L’odore di una stagione, senza nulla di specifico ma tutto che si associa.

Così mi sono interrogata. Ho iniziato a riflettere sugli odori indefiniti e non specifici. E mi sono accorta che sono un sacco quelli che possiamo associare.
Ad esempio c’è l’odore dei fallimenti. È l’odore di quando volevi far qualcosa ma non hai potuto, di quando ci credevi ma non è andata. L’odore di quando non ci sei riuscito.

Poi c’è l’odore della rabbia. Quando sei così arrabbiato con il mondo che vorresti spaccarlo tutto, pezzo per pezzo. Quando sei così arrabbiato che quasi non respiri. L’odore di quando vorresti urlare piangere e colpire un muro. E invece quella rabbia è così grande che non riesci a fare nulla. Quel dolore che se ne sta lì, immobile dentro di te. Ecco, l’odore del dolore. Il più forte di tutti, quello che ti resta dentro l’anima. Non credo esista un solo odore per il dolore.
Il dolore, di solito, è collegato ad un momento o ad una persona, e avrà un odore che non sarà uguale per ogni brutto momento o per ogni persona che ci ha fatto male. Però il dolore è universale. Il petto che si spacca, le gambe che vacillano, il cuore preso e frammentato. È quello. L’odore di quando credi di non farcela. Di non potercela fare. L’odore del vuoto che ti resta dopo, quando il dolore ti cambia. Ti svuota e ti fa chiudere alla vita. Anche se non glielo dovremmo permettere. Anche se dovremmo ricominciare ogni giorno come se non avessimo mai sofferto, ma non si può.
L’odore della rabbia, del dolore, della paura. Figli della stessa madre.
L’odore dell’abbandono. Non ti ho trovato più.

E poi c’è l’odore del tempo. Quando la vita ci scappa tra le mani e ci sentiamo in ritardo. Come sei arrivato fino a qui? Di già? Avevi tanti progetti, tanti sogni, dove sono finiti? L’odore del tempo che corre. Che non si ferma. Che non ti aspetta. I rimpianti ed i rimorsi. “Avrei potuto dire, avrei potuto fare”, “e se…”. E mentre pensiamo a tutto quello che non è andato, a tutto quello che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto, a tutti gli errori commessi, il tempo continua a passare. E noi ne perdiamo dell’altro.

E poi ci sono i due odori più importanti: quello dell’oggi e quello del domani.
L’oggi profuma della mia migliore amica. Lei ha tutti i profumi della mia vita. Odora di pollo al curry, di cocco e di vaniglia. Ma odora anche di Casa, di un porto sicuro, di notti tra lacrime che diventano sorrisi. Odora di mani che ti tengono. Di abbracci sentiti, pochi. Ma forti. Odora di cose mai conosciute e d’improvviso scoperte. Di fiducia. Di rispetto. Di ritorni. Di litigi e di pace. Odora di famiglia, di chi puoi contare, di chi c’è. Odora di silenzi, che non pesano perché sanno già parlare. Odora di serenità. Di racconti complici mettendo a nudo tutta te stessa. Lei ha tutti gli odori che sento in giro. Odora di Vita. Odora di Amore, qualunque forma sia.

L’odore del domani non lo conosco. Nessuno di noi lo conosce. Mi piace pensare che sia un odore bello, che la felicità si farà sentire. Che non può girare sempre contrario il vento. Ma se così dovesse essere va bene anche perché, alla fine, gli odori che ci hanno fatto più male sono anche quelli che ci hanno reso così forti come siamo oggi.
Siamo chi siamo più per il dolore vissuto che per le cose belle, e se impariamo a pensare che tutto accade per un motivo possiamo accettare qualsiasi vento contrario.

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Salvare i rapporti, ma in due

Prima di stremarvi nel salvare un rapporto ponetevi una sola domanda: lo volete in due? Perchè, sia chiaro, non riuscirete mai a salvare un rapporto da soli. Potrete provarci, certo, e tutte le volte che vorrete. Ma da soli non riuscirete nell’impresa. Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che ci sono persone che da sole hanno salvato rapporti. Falso. Percezioni distorte. Vi spiego il perchè. C’è sempre, o molto spesso, una delle due persone di un rapporto che si trova più in grado di tenere l’altro. Ci sono persone che sono portate a scappare, magari per ferite, traumi, paure ingestibili, insicurezze. Il più delle volte non è fatto con cattiveria o con mancanza di amore, ma questo sta nella sensibilità e nell’empatia dell’altro riuscire a capirlo. Se l’altro lo capisce vi tiene, in maniera stretta. Più stretta possibile. Perchè se non lo facesse la probabilità più ovvia sarebbe quella di mettere fine a quel rapporto. Bene, a questo punto qualcuno dirà che questa persona è l’unica ad aver salvato il rapporto. Ripeto: falso. Questa persona è semplicemente quella che ha messo i mezzi più giusti, e forse un piccolo sforzo in più. Ma i rapporti si salvano sempre in due. Infatti, riesci a tenere stretta una persona se quest’ultima vuole essere tenuta. Il più delle volte vuole proprio questo, qualcuno che nel momento in cui ti viene da scappare ti sappia tenere. Stringere. Riflettete dunque dopo questo esempio: chi salva il rapporto in questi casi? Entrambi! In questi casi entrambi vogliono tentare ancora una strada insieme, entrambi non vogliono perdersi, entrambi (ma con modi diversi) cercano di esserci.
A me ad esempio è capitato. Essere tenuta intendo. Anche io ho vissuto rapporti in cui la mia tendenza era quella di scappare. Ovviamente non sono sensazioni che controlli, e a spiegarle magari non hanno nemmeno un senso. Però accade. A volte si scappa quando si sta bene, ad esempio. Il che, lo so, sembra quasi un paradosso.
Qualcuno potrebbe obiettare: se stai bene perchè dovresti scappare? Vi sembrerà assurdo, ma la felicità a volte fa paura. Dipende forse dalla vita vissuta, dalle esperienze, dalle ferite e cicatrici che ci portiamo dentro. Più o meno funziona così: quella felicità l’abbiamo cercata da una vita, la troviamo e vorremmo che non finisse mai. Ma… lì cominciano i pensieri, ingestibili: e se finisse? E se starò di nuovo male? Allora a quel punto pensiamo che sia meglio darsela a gambe levate, di corsa! D’altronde, che ne sappiamo noi della felicità? Che conseguenze porta? Dov’è il foglietto illustrativo che ci spiega gli effetti collaterali e indesiderati? Non c’è.
Ma torniamo al nostro discorso: salvare i rapporti. Provateci. Fatelo. Tutte le volte che vi sembra necessario. Tutte le volte che sentite qualcosa in sospeso. Magari un rapporto si chiude, ma solo apparentemente, mentre dentro di voi non del tutto. Ci sono stati problemi, incomprensioni, litigi, discussioni, e chi più ne ha più ne metta. Siete arrivati a pensare che quella potesse essere la persona più sbagliata sulla faccia della terra. Avete sbattuto le mani sul volante ripetendovi “ma chi me l’ha fatto fare?”

E ancora, quante volte avete pensato che incontrare e innamorarvi di quella persona fosse stato l’errore più grande della vostra vita? Capita. La stanchezza, la rabbia, i dubbi portano a pensare e dire di tutto. Siamo umani e siamo fragili. E so che spesso essere fragili non ci piace. Ma forse è proprio quella una delle parti più belle di noi.
E dopo tutto il cielo grigio, la tempesta, la pioggia e la grandine chiunque spera di affacciarsi sul balcone e trovare un arcobaleno. O almeno un raggio di sole. Anche timido. In lotta con le nuvole. Proprio come in lotta lo siete dentro voi stessi. Fermatevi un attimo a pensare: perchè quel rapporto è nato? Avete passato bei momenti? Avete vissuto forti sensazioni? Se la risposta è sì fate bene a volerci riprovare, a voler fare altri tentativi.

Provare emozioni è raro. Il più delle volte ci si sente apatici e annoiati. Un cuore che batte, un sorriso la mattina e uno prima di addormentarvi. E un altro ancora, fisso durante tutta la giornata. L’avete trovato? Non perdetelo. Non cullatevi nel pensiero facile che tanto arriverà qualcun altro a farvi riprovare le stesse sensazioni. Non funziona così. L’amore è qualcosa di raro. Quindi sbracciatevi e mettetevi di buona volontà: come facevano i nostri nonni, che prima di buttare un rapporto ci pensavano tantissimo. Volte su volte. Uno scrittore diceva: “se si tiene a qualcosa, l’ultimo tentativo è sempre il penultimo”.
La conoscete questa scultura?

Si chiama “Amore”, ed è dello scultore Alexander Milov.
Raffigura un uomo e una donna, ormai adulti, che si voltano le spalle, ma il loro bambino interiore vuole soltanto avvicinarsi all’altro e amare.
L’opera rappresenta un conflitto tra un uomo e una donna. La loro interiorità è rappresentata da bambini trasparenti che cercano di toccarsi. Al calare della notte, i bambini si illuminano all’interno della scultura. Questo brillare è un simbolo di purezza e sincerità, e rappresenta la possibilità delle persone di riavvicinarsi e unirsi dopo un periodo buio.
L’opera rappresenta un vero e proprio inno all’amore che abbiamo dentro di noi ma che spesso per varie ragioni rimane intrappolato e inespresso. I due personaggi adulti vengono rappresentati come chiusi in se stessi attraverso la simbologia della grata. Grazie alla luce il loro bambino interiore e l’amore cercano di riemergere, i due bambini tendono le mani per ritrovarsi e ricongiungersi.
L’artista coglie il lato più vero e fragile dell’amore: la chiusura, il distacco.
Da un lato viene rappresentato il conflitto, che elimina ogni forma di contatto e dialogo; dall’altro due bambini, letteralmente chiusi nel corpo degli adulti, tendono le loro mani l’uno verso l’altro, in cerca di un contatto.

Provate. Tentate. Parlate, guardatevi. Fidatevi degli occhi, quelli non sbagliano mai. Se scappa un sorriso, vuol dire che siete ancora in tempo. Se vi riconoscete, vuol dire che non vi siete mai persi.
Attenzione però: ponetevi dei limiti. E qui ritorniamo al discorso iniziale. Dovete ragionare in due, non da soli. Che significa? Che tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad ora dovete volerlo in due. Se questo non accade, fermatevi. E per consiglio, non impiegate mesi e mesi a logorarvi. Non serve. La vostra maturità e la vostra forza si trovano anche in questo: capire quando è il momento di andare via.
Le esperienze di vita passate ci devono servire, altrimenti la vita non ci avrà insegnato niente e noi non avremmo imparato nulla. Per questo dovete essere forti, stavolta ancora più forti delle altre volte. Fate il massimo per recuperare un rapporto. Fatelo perchè domani possiate guardarvi allo specchio e sentirvi sicuri di aver fatto il possibile. Non preoccupatevi di perdere l’orgoglio, e lasciate stare il giudizio degli altri.
L’amore è una cosa troppo preziosa e delicata per lasciarlo andare per vocaboli che in amore non servono.
Provate fino all’ultimo. Voi nell’amore che avete provato ci credete? Per voi è stato importante? Provate, allora, a salvare quel rapporto.
Urlatelo, ditelo, scrivetelo. Scegliete voi la forma che più vi si addice. E poi guardate l’altro: c’è? Se la risposta è sì, provate ad uscire insieme dalle macerie nelle quali vi siete cacciati da soli con quel grande casino che si chiama “Amore“. Magari non funzionerà di nuovo, magari durerete due giorni o tre. Non importa. Non vi porterete rimpianti e avrete sempre scommesso e lottato per amore. Ricordatevi che gli amori facili non esistono. Ricordatevi che l’amore più è complicato, più ti batti per esso, più è vero. I momenti bui a volte servono, si esce da essi diversi e si è pronti a riiniziare daccapo. Senza colpe e rancori.
Ma se l’altro non c’è allora non affannatevi, non incolpatevi, non logoratevi. Da una parte l’amore è finito. Non accettate nessun’altra spiegazione. Perchè, ricordatelo, finché c’è amore si lotta. Dunque l’amore da una parte è finito. Non è la vostra parte e questo fa male. Non fa nulla, il dolore insegna e fortifica. Ma non potete costringere qualcuno ad amarvi, mai. E voi meritate altro. Magari questo dolore serve ed ha un motivo. Magari per voi c’è altro che vi attende. Perciò non restate fermi al gelo davanti ad una porta che non apre. Prendete la vostra valigia, guardate avanti e non voltatevi più.
Il domani, per voi, è tutto da scrivere.

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