Il mare a settembre

Ho sempre amato il mare a settembre. Le spiagge poco affollate, la smania finita dell’abbronzatura perfetta. Amo il mare a settembre perché lui finalmente può prendere respiro. Cambiano i colori, cambiano gli odori, cambiamo noi. E lui lo percepisce, lo sente. Sembra risponderci alla paura che abbiamo del nuovo anno, dei cambiamenti che ci aspettano o, al contrario, di quelli che vorremmo realizzare. Ho sempre amato il mare a settembre perché ritrovi quel silenzio che in piena estate devi cercare a fatica. Il mare a settembre è per chi ama la tranquillità. È l’ultimo passo dell’estate e il primo dell’autunno. Ti guardi intorno e osservando la poca gente puoi quasi leggere la loro storia. È facce malinconiche di chi deve tornare al lavoro o di chi spera di trovarne uno. È sorrisi infiniti di chi non sopporta caldo ed estate, di chi sogna già felpe e tisane calde, Natale e i film sul divano. È sguardi perplessi, di chi si chiede cosa accadrà da domani. E lui è lì, pronto ad esserci per ognuno di noi, calmo o in tempesta, quasi a volerci parlare. Di un azzurro sbiadito che riflette il cielo grigio e il primo temporale che fa capolino da quei nuvoloni laggiù.

Respiro sereno

Se mi chiedessero cos’è per me il mare, così di getto, direi… Bellezza e meraviglia. Quiete e tempesta, pace e tormento. Oasi felice e riparo rassicurante. Tempo sospeso, domande rimandate e risposte immediate. E ancora calma, sicurezza, casa e porto sicuro. Respiro sereno, ritrovato ogni volta che si era smarrito. Odori sempre nuovi, sensazioni mai uguali. E poi passato meno buio, presente meno inquieto, futuro tutto da scrivere, da colorare con ognuna delle inaspettate tonalità. È sentire consapevolezza di ciò che merita di essere ritrovato e ricucito; di quello che va tenuto stretto e di ciò che invece va mandato via; di quello che c’è ancora da scoprire, conoscere, che ti può ancora sorprendere e stupire. E poi frastuono mai invadente e orizzonti pieni di mille possibilità.

Grazie, semplicemente

Ok, lo so, tutto potevi immaginarti meno che ti scrivessi qualcosa qui! Lo so, lo so, io sono quella che non vuole mai scrivere nulla pubblicamente e che ti chiede di non farlo. Proprio per questo so che non ti aspetti nulla del genere. Voglio dirti un po’ di cose e, innanzitutto, voglio che tu sappia che ti voglio bene. Te ne voglio, e molto, semplicemente perché tu sai come fare con me. Ed è praticamente qualcosa su cui gli altri arrancano, si dimenano. Forse perché nessuno ha mai capito che basta pochissimo, esserci ad esempio. Grazie perché non ci sei né troppo da farmi scappare né troppo poco da farmi dubitare del tuo volermi bene. Grazie perché, anche se starmi accanto sembra essere il filo di un equilibrista, tu riesci a renderlo incredibilmente semplice. Grazie perché in questi ultimi 2 anni ti è capitata probabilmente la parte più pesante di me, eppure sei rimasto lo stesso. Grazie perché ogni volta che mi hai visto affrontare situazioni pesanti eri sempre pronto a correre ed esserci. Per carattere sai che non avrei mai chiesto aiuto, perché sai che voglio sempre fare tutto da sola, ma ho sentito che davvero ci saresti stato e che davvero esserci non fosse un peso per te. C’è una grande differenza tra chi dice di volerci essere e chi c’è e basta. Io non ti ho mai chiesto nulla, né tu eri obbligato a fare qualcosa per me, eppure ci sei sempre stato. Grazie perché ogni volta ti sei sopportato le mie ansie, le mie paure, i miei limiti. Grazie perché perfino un paio di giorni fa, quando nonna è andata a fare il viaggio più lontano, eri lì, accanto a me, come la presenza più presenza che io ricordi. Mi hai impedito di fare una scelta sbagliata e di mettermi nei guai. Se fossi stata sola e avessi fatto di testa mia chissà dove sarei adesso! Grazie perché quando ho un momento no mi aspetti sempre, non mi spingi a rialzarmi subito né minimizzi ciò che provo. Grazie perché dove io vedo un muro tu vedi nuove strade, dove io vedo nero tu vedi una tavolozza intera di colori, ma mai banalizzando il mio punto di vista. Grazie anche per la nostra parte divertente, bellissima, folle. La maggior parte delle risate sono sulle mie sfighe quotidiane, su quel mio lato da Bridget, sui miei disastri giornalieri. Ma va bene così, mi sta bene. Se poi riusciamo a ridere di tutti i guai mi va benissimo viverne altri! Dovrei dirti mille grazie per milioni di cose ma non basterebbe un papiro! Grazie perché quando ci hanno buttato chili di fango addosso te ne sei fregato. Sei restato, hai provato a recuperare o anche solo a farti ascoltare. Grazie perché poca gente al mondo ammette errori e sbagli. Grazie perché sai che alcune situazioni resteranno sempre un “trauma” per me e ti prendi con pazienza i miei rinfacci. Grazie perché quando gli altri avevano già deciso per noi eri lì pronto a sorriderci su con me. Non so se te l’ho mai detto ma sei una delle persone migliori che io abbia mai conosciuto. E ti voglio un mondo di bene. E spero di essere all’altezza della tua amicizia, anche con tutti i miei disastri e le mie paranoie. E spero di esserci, di essere come quegli amici che anche da anziani continuano a raccontarsi le cose. Sai che ho già visto un paio di case di riposo dove potremmo andare a stare! Ma ci sarò anche se le cose andranno diversamente, se ti innamorerai, se cambierai piani, per ogni cosa bella che la vita ti riserverà! Lo sai, te l’ho detto una volta, sono sicura che la nostra amicizia non potrebbe finire per torti di uno dei due, mancanze di rispetto e malintesi. Siamo anime troppo buone per fare del male agli altri, soprattutto a noi. E poi ormai, siamo abituati e sapremmo gestire al meglio tutto. Se mai quest’amicizia finirà sarà per percorsi della vita diversi, per equilibri che cambiano, distanze che si allungano. Ma sono sicura che, anche se dovesse succedere, ogni volta che ci rincontreremo saremo sempre lì pronti a ridere per qualsiasi stupidaggine o per le mie strane fobie.
Grazie perchè pensi di non fare nulla per me e invece fai molto.
Grazie, semplicemente, perché ci sei.

Buon viaggio, nonna

Prima di adesso non avevo mai capito quelli che quando perdevano una persona cara lo scrivevano sui social. Ho sempre pensato che il dolore fosse qualcosa di personale e intimo. Sarà per questo che su Facebook non scrivo niente di personale da tempo e Instagram non ce l’ho più da tanto. Poi però ho riflettuto sul fatto che nonna non era solo mia ma ormai era un po’ di tutti. Ha fatto divertire tantissimi miei amici, tanto che ogni tanto ancora qualcuno mi chiede “ma tua nonna come sta?”. Io me lo ricordo ancora la prima volta che ho scritto di lei, raccontando un episodio in cui aveva preso a male parole i medici dell’ospedale perché, terminato un intervento devastante, non le volevano far mangiare l’arancino. E vai di bastaddu, cunnutu, siccu. Sì perché per mia nonna dirti magro equivaleva ad un insulto, se invece ti fiondavi a carne di cavallo e frittura allora eri suo amico. Il primo post su di lei ebbe un successo inaspettato. Centinaia di mi piace, commenti, perfino messaggi privati di chi voleva assolutamente conoscere nonna. Poi fu la volta delle badanti fatte scappare, di quando litigammo perché voleva per forza iscrivermi a Uomini e Donne. Come dimenticare, poi, il periodo del primo lockdown. Nonna, innamorata pazza di Conte, aspettava i decreti, le interviste, per poi chiamarmi e raccontarmi che gran pezzo di carusu fosse. La nonna diceva sempre a Conte (perché guardando la televisione ci dialogava) che se fosse stata più giovane lui avrebbe sicuramente perso la testa per lei. Poi la pandemia che peggiora e nonna che vede Conte “sempre chiu sciupatu”. E allora via a chiedermi come poter mandare un pacco di cibo a Roma perché “mischinu non ci rununu a manciari”. Nonna sul mio social spopolava e così un giorno gliel’ho raccontato. Ho pensato “se si arrabbia cancello tutto”. E invece, la sua risposta inaspettata e colma di entusiasmo: “Sono diventata famosa?”. Nonna che mi chiedeva come fare a diventare un’influencer della terza età. Voleva insegnare alle giovani ragazze come si cucina “picchi sti caruse non su cosa”. Perché la nonna chiedeva tutto a me, anche le fesserie più incredibili, agli orari più improponibili. Ma non perché non avesse altra gente a cui chiedere, ma perché io e lei avevamo un rapporto speciale, che nessuno riusciva a capire. Sarà perché è stata la prima a cullarmi, la prima con cui ho ricordi di vita, la prima a capirmi. Sarà perché mi ha cresciuta. Sarà perché era l’unica con cui riuscivo a dormire notti di fila, l’unica che riusciva a calmare i miei incubi, l’unica che sapeva cosa dire e cosa fare. Sempre. Nonna era anche l’unica che credeva in me, anche quando gridavo a gran voce le mie idee contro le prepotenze del maschilismo di cui era impastata la mia “famiglia”. Anche quando volevo studiare a dismisura contro chi non voleva che le donne aprissero i libri e iniziassero ad avere delle opinioni. Anche quando volevo fare i mestieri che nessuno approvava: “Vuoi scrivere a nonna? E tu scrivi”. Nonna con me era più dolce che mai, più affettuosa che mai, più coccolona che mai. Lo vedevo che con nessun altro era così. Sarà che lei è stata la prima anche a conoscere i miei vuoti e le mie ferite profonde come il mare e, nel suo modo semplice, provava a colmarle e a sanarle. Nonna era divertente, un personaggio. Non ho mai riso così tanto come con lei. Da grande l’ho persa, per 8 anni non ci siamo parlate. Il male si insinua sempre più facilmente del bene e scava, scava, scava, corrode. Ci siamo cascate anche noi o, meglio, lei. Io ho provato a salvarci con ogni mezzo, perché quando credi in un amore le provi tutte prima di rassegnarti. Però poi arriva un momento in cui devi fermarti, se vuoi salvarti tu. Anche se fa male. Però poi nonna è tornata, dopo anni lunghissimi e silenzi assordanti. È tornata da me colma di scuse, di richieste di perdono. È tornata perché ha sempre saputo chi io fossi, l’aveva soltanto dimenticato per un po’ lasciandosi condizionare da chi ha l’anima sporca e corrosa. È tornata con l’inizio della malattia, il cancro. Ma non l’ho perdonata per questo, non mi sono lasciata scalfire. Ho preso tempo, l’ho messa alla prova. Si perdona chi ci ha ferito solo se ne vale la pena. Nonna è l’unica che sono riuscita a perdonare perché è l’unica che avesse capito davvero i suoi errori. L’unica di cui avevo certezza che se fosse tornata indietro non avrebbe agito allo stesso modo con me. E poi non conta solo lo sbaglio ma anche cosa fai per rimediare. Nonna ha fatto tantissimo. E non è stato facile. Perché ci siamo ritrovate quando non eravamo più le stesse, soprattutto io. L’imbarazzo del tempo distanti e del dolore vissuto, però, è durato poco. È come se il tempo si fosse fermato e poi avesse ripreso a scorrere da dove si era interrotto. Avevo una paura folle di non piacerle, per le decisioni prese, la vita che avevo fatto e quella che avevo scelto, compresa di errori e cambi di rotta necessari. Ma ogni mia paura si è risolta il giorno che ha detto: “Che grande donna è diventata Giulia”. Anche se non avevo rispettato nessuna delle cose che aveva previsto per me, anche se ero stata diversa da tutti, ribelle fino all’ultimo. Le piacevo semplicemente com’ero. E non potevo chiedere di più. Guardava me e mamma, le cadute e le risalite, i sacrifici fatti, le batoste che avevamo superato da sole, e ne era orgogliosa. Ci siamo fatte un sacco di risate in questo anno e mezzo circa ritrovate. Soprattutto ad ogni medico che le dava 3 giorni di vita. Nessuno si capacitava di come nonna riuscisse a contrastare una forma di malattia tanto aggressiva, tanto rara, tanto invasiva. Il cancro io e lei lo chiamavamo per nome e lo insultavamo. Ridevamo fino alle lacrime per tutto. Perché eravamo uguali su tanti aspetti. Mia madre lo diceva sempre che “il dna con lei aveva saltato una generazione”. Mamma che si metteva mani ai capelli quando io e nonna eravamo insieme e che metteva le mani sulle orecchie perché “non vi voglio sentire”. Mamma sempre troppo composta, troppo buona, troppo accondiscendente. Io e nonna, invece, se qualcuno era stronzo glielo dicevamo senza problemi. Nonna aveva una voglia di vivere incredibile, di truccarsi, ballare, vestirsi elegante, farsi i capelli cotonati, cucinare le mulinciane fritte per colazione anche se non poteva mangiarle. Non rinunciava a nulla. Aveva tanti sogni, anche alla sua età. Come quando mi ha chiesto di prometterle di scrivere il libro sulla sua vita. L’ha chiesto proprio a me, voleva lo facessi io. Una richiesta che mi lasciò stupita ma colma di orgoglio. Lei si fidava di me, solo di me. E leggeva qualsiasi cosa scrivessi, anche la più noiosa o seria per lavoro. E quando stava più male lei glielo diceva, al cancro, di darle più tempo per recuperare quello perso con me. Due giorni prima di andarsene io ero lì, a casa ad imboccarla per bere. Sono stata l’ultima a farlo. E chi l’avrebbe mai detto che dopo tutto quello che era successo ci sarei stata proprio io? Nonna mi ha lasciato la sicurezza della forza dell’amore che, quando è vero, è incredibilmente più forte di qualsiasi cosa. Sono passati solo pochi giorni ma mi manca come se non la vedessi da molto più tempo. Mi manca perché era uno tsunami. Un terremoto vivente. Un pericolo assoluto! Pensare che non chiamerà a qualsiasi orario solo per commentare il tizio in televisione, o per farmi fare una ricerca su Google, mi sembra assurdo. Ho perfino guardato il cellulare istintivamente, per un attimo, in questi giorni, per controllare se avesse chiamato.
Ciao nonna, friggi montagne di melanzane e inonda il cielo di sugo cotto alle 8 del mattino e padelle scoppiettanti di olio.

Il nostro tempo giusto

Credo che ci sia un tempo giusto, nella vita, anche per le persone che incontri.
Lo capisci con l’età, quando scopri il potere che hai in una scelta e quello che non hai quando sceglie la vita. La differenza è una linea sottilissima, pericolosamente invisibile, ma c’è. Se sai guardare oltre, se sai fare caso alle piccole e minuscole cose della vita, te ne accorgi. Come quando incontri qualcuno e ti disperi chiedendoti: perché non l’ho incontrato prima? Quante cose belle ci saremmo detti? Quante cose belle avremmo fatto? Come sarebbe stato bello incontrarlo prima, quando nei rapporti umani ci credevi di più, ci mettevi tutta te stessa. Quando non eri ancora tanto cinica e disillusa, provata dagli eventi del mondo intero e dai tuoi. Quanto sarebbe stato bello incontrarlo prima, quando non avevi ancora quest’ambizione al lavoro. Questo puntare alla carriera che ti rende appagata ma che ti fa volare le giornate senza goderti il resto. Chissà quante birre avremmo bevuto quando eri ancora in perfetta salute, quando potevi sfidare lattine e patatine senza pensarci due volte. Chissà quanti viaggi avremmo potuto fare quando non dovevi dare troppi preavvisi, troppi impegni da non poter rimandare, troppe cose da fare adesso. Chissà. Quanti chissà pensati in quest’ultimo anno e mezzo in cui ci sei. Chissà come sarebbe andata se ci fossi stato prima: me lo sono chiesto spesso. Forse mi avresti impedito di prendere decisioni sbagliate, di non avere il coraggio di tentare strade, di chiudere rapporti, iniziarne altri. Forse mi avresti insegnato molte più cose e io altrettante a te. Forse anche io avrei potuto salvarti da rapporti sbagliati, decisioni da prendere e scelte da fare. Poi, quando i chissà stavano per sommergermi, ho capito: ci sei e ci siamo adesso perché era questo il nostro tempo giusto. Era quello il momento che dovevamo trovarci e ritrovarci. Perché? Forse perché è adesso che abbiamo l’assoluta maturità di dare il giusto peso l’uno all’altra. Forse perché tutto quello che è successo prima ci ha fatto diventare chi siamo oggi e solo chi siamo combacia bene a vicenda. E poi potrei continuare all’infinito. Perché le risposte se vogliamo vederle ci sono e vale sempre la pena di provare a vedere il lato buono anziché quello negativo. Tu ci sei ed io ne sono felice. Questo conta. Ed è bello non dover pretendere nulla l’uno dall’altra. Poter essere esattamente se stessi come forse non lo siamo stati mai. Non devo vestire abiti diversi, non devo cercare la risposta giusta da darti e non devo fingere di fare qualcosa che non mi va. Ed è incredibile, un po’ per i miei ritmi di vita un po’ per la pandemia, quanto semplice sia stato il nostro rapporto in questo anno e mezzo. L’origine delle piccole cose, delle dimostrazioni minime. So che ci sei e questo mi rende serena. So che posso contare su di te se ho un problema e lo so davvero. So che un giorno potrò chiederti aiuto e so che non me lo farai pesare. Non è ancora successo, non per cose gravi almeno. Me la sono sempre cavata ma per la prima volta comincio a pensare di non dover essere per forza invincibile e di poter bussare alla tua porta. So che se un giorno lo dovessi fare, e poi non dovessimo sentirci più, non me lo rinfaccerai. So che avrai sempre rispetto delle cose che ti ho detto e di quelle che hai solo intuito. Non ti guardo con occhi diffidenti, non ho paura di quello che sarà e di dove finiremo. Ci sei e mi sta bene questo. Non ho la certezza che ci saremo sempre. Ma so per certo che, se non dovessimo sentirci più non sarà mai per una mancanza di rispetto, per un tradimento, per un voltarsi le spalle. Potrà allontanarci la vita, il lavoro, l’arrivo dell’amore, i problemi. Ma so che quando ci rincontreremo saremo sempre gli stessi, solo un po’ più grandi di dove ci siamo persi. Lo so perchè non guardo come sei con me ma come sei con gli altri. Guardo chi sei quando non sai che ti sto guardando. Ti ho scelto volutamente quando la vita ci ha ridato l’opportunità. Ed anche se in quel periodo non ho scelto nessun altro con te è stato eccezione. Ho scelto di tenerti con me, di farti posto e di mostrarti squarci del mio mondo. Non ho avuto paura che saresti scappato, sentivo che non lo avresti fatto. Non ho avuto paura di non andarti bene, sapevo che mi avresti accettata. Anche se ti ho dedicato poco tempo, a volte poche parole e molti silenzi. Sapevo che saresti restato, che avresti visto in me qualcosa che raramente si vede. Ti ho scelto non per come sei con me ma con il mondo. Per come sei stato con l’amore, per come sei con gli amici, per come parli del mondo e del prossimo. Resta, perché resto anche io.

Quei libri

Quella libreria era lì, davanti a me, che chiedeva solo di essere aperta, sfogliata. In quel mobile a vetri loro, i libri, si nascondevano, apparendo a tratti.

Mi assomigliavano, nel desiderio della riservatezza, nella protezione delle cose personali, nel bisogno di stare al sicuro, al riparo. Erano messi lì, visibili e non visibili, immobili, ad aspettare che le mani giuste li sfiorassero appena. Per lasciarsi tenere, conoscere, scoprire, sfogliare, solo dalle mani giuste.

Li avevo visti lì tante volte, erano sempre stati lì. In quella casa così grande gli avventori, arrivisti, egoisti, spietati, si guardavano intorno con aria avida. Nella loro ricerca del più costoso, raffinato, ricco e promettente oggetto io guardavo lei. Quella libreria, camuffata da vetrina, chiusa a chiave. Chi aveva lasciato quei libri doveva pensarla come me, altrimenti non li avrebbe protetti così tanto come il più prezioso dei tesori.

Eppure ero passata tante volte davanti a loro, mi ero seduta così spesso su quel divano, avevo gironzolato così tanto per quella stanza. Perché non avevo mai avuto l’istinto di girare la chiave, aprire il mobile e salvare quei libri dall’apparente solitudine e dal tanto criticato silenzio? Perché non ero pronta, a prendermi la responsabilità di togliere qualcosa dal suo posto sicuro, dal suo luogo riparato, dalla dimensione che avevano scelto.

Me le ricordo le critiche di chi avrebbe voluto spostarli, trovargli il posto migliore o peggiore, secondo proprio gusto. Il gusto di chi? Perché arruolarsi il diritto di giudicare cos’è meglio per gli altri, che non siamo noi? Il custode doveva essersi battuto molto. Sì, ora ricordo le grandi discussioni per lasciare quei libri lì.

Eppure io avrei potuto prenderli, solo io. Ricordo anche questo. Ricordo quando mi dicevi che quei libri erano miei, anche quando non avevo l’altezza nemmeno per sbirciare il primo ripiano. Li conservavi per me, avevi già capito che li avrei trattati bene, protetti, usati per cause nobili, come la necessità di evadere o trarre ispirazione o riflettere o trovare risposte. Mentre tutti mi deridevano, pensando che tu mi avessi destinato la cosa di minor valore, noi seppur distanti ci capivamo.

Io ero più ricca di loro. Ero più in pace. Io, a differenza loro, ero alla ricerca solo di lealtà, rispetto, serenità. Mentre loro contavano affannati gli spiccioli. Che grande pena l’essere umano, davanti al denaro. Ebbene, è arrivato il momento di portarli con me, di regalare loro una nuova casa, un nuovo porto sicuro. Adesso so che gli piacerà, che ci capiremo, che staremo bene. Sono pronta a girare la chiave, ad aprire la vetrina. A tenerli in mano con dolcezza, a sfogliarli con delicatezza, rispetto. Ci sarà tanto valore con me domani, il vostro.

Senza la maschera

Parlo poco e scrivo tanto.
Ho abitato in tanti cuori ma non ho mai trovato quello che fosse il posto mio. Così mi sono convinta che io debba stare sola, per il bene di tutti. All’inizio ho pensato che prima o poi tanto mi sarei stancata, invece oggi sto così bene nella mia dimensione che non ho tempo per provare a cambiarla. So che lo sai. Anche questo. So che lo capirai. Ma questa è la mia dimensione e vorrei che tu ne avessi una diversa. Quindi, se puoi, tu non farlo. Non lasciare che ti si chiuda il cuore. E’ un meccanismo di protezione che a lungo andare rende sordi alle emozioni. Io invece ti auguro di provarne molte altre. Guardando i tuoi modi calmi ho riflettuto. La gente cerca sempre qualcuno con cui fare caciara, mentre io è tutta la vita che cerco qualcuno con cui poter stare in silenzio. Con cui non dover rivivere urla e rumori; cuori agitati, e non di felicità. Credo sia assurdo ciò che io ti sia scrivendo e posso immaginare già i tuoi sorrisi stupiti. Com’è che avevi detto? “Senza la maschera”. So che capirai, esattamente ogni parola. Come io ho capito, tu dici, tutto di te.

Ad un quartiere di distanza, o poco meno

Io e te sedute su una panchina, a raccontarci noi.
Chissà come sarebbe.
Me lo sono chiesto quando ho ripreso a pensarti,
quando ho avuto paura di aver finito i giorni
di non aver più tempo di guardarti almeno un’ultima volta.
E anche adesso che,
per adesso che,
sono riuscita a scamparla
e a vincere io,
o quasi,
non ho smesso di pensarti.
Di chiedermi come stai,
come sei diventata,
se ti ho lasciato qualcosa,
se sei riuscita a salvare tutto il bello di noi.
Io e te in un abbraccio,
con me piccola che sparisco,
e tu che ti fingi grande nello stringermi troppo.
Ti verrei incontro,
un passo dopo l’altro,
anche piccoli e timidi,
ma sempre avanti verso te.
Chissà se la vita ci darà un’altra opportunità,
se saremo in grado di accoglierla.
E di dirci scusa per quello che non è andato
e grazie per quello che è stato.
Se sapremo ascoltarci
anche nei nostri silenzi.
Adesso che nel mondo c’è troppo dolore,
che tutta la vita è cambiata.
Adesso che io non sono più io,
che tu chissà se sei ancora tu.
Adesso che ho ancora meno parole,
ma che ritorno a scrivere pensando a te.
Chissà se ci rincontreremo,
forse tra 10 o 30 anni,
grandi e acciaccate
più di quanto lo siamo già adesso,
sorseggiando quel tè sotto il tavolo
tra biscotti e racconti
come in quell’immagine
se la ricordi
io e te
e tutto ciò che verrà.

Mormora, la gente mormora

19 Ottobre 2020

Crescere interiormente significa anche rendersi conto, e accettare, che il mondo non possiamo cambiarlo tutto noi. Che c’è una parte marcia e tale resterà. Che la cattiveria è dentro alcune persone e non puoi sperare che diventino buone. Il bene e il male c’è in ognuno, fa parte dell’essere umano. E’ un’estrema lotta in tutti. Ma in alcuni emerge la parte buona, in altri invece quella cattiva prende il sopravvento.

E’ la vita. E’ la storia dell’uomo. Ma se non possiamo cambiare il mondo possiamo però cambiare noi stessi. Il nostro modo di approcciarci alle cose, di viverle, di prenderne consapevolezza. Dobbiamo imparare a pesare il nostro malessere in base a quanto valgono le persone. Inutile dire che non vogliamo stare male, dare peso a nulla. E’ impossibile. Abbiamo il diritto di stare male, al massimo, per la nostra famiglia, per un fidanzato, per un amico caro. Ma non oltre.

Una volta stavo male per tutti. Mia nonna quando ero piccola mi diceva: “Non puoi stare male per tutti i mali del mondo”. Così è stato. Stavo male quando gli altri stavano male. Stavo male per le ingiustizie. Anche se ciò non mi riguardava in prima persona. Poi stavo male anche per le mie di ingiustizie, per il mio di dolore, per la mia di vita. Per il pensiero di tutti, l’opinione di ognuno, il giudizio dei tanti. E allora diventava tutto troppo grande.

Stavo male anche per la persona sconosciuta che sparlava di me. Che si prendeva il diritto di dire di conoscermi, di sapere cose di me. Necessario, a loro, per riempire il vuoto che li attorniava. Necessario a loro per non fare i conti con i propri fallimenti. Necessario a loro, ma non a me. Così, se prima quelle cose dette sulla mia persona mi davano il tormento, oggi passo avanti. Quelle cose sulla mia persona che, quasi sempre, non solo non sono vere, ma sono anche quanto di più possibile distanti da me. Da ciò che ero. Che sono. Dalla mia realtà.

Col tempo ho capito che gli altri diventano importanti se noi gli diamo importanza. Che gli altri possono farci stare male se noi gli diamo il potere di farlo. Io, oggi, questo potere non lo do più a nessuno.

Stalking, non sopportate. Parlatene

6 Settembre 2020

Oggi vorrei raccontare qualcosa che mi riguarda anche se decidermi a farlo non è stato facile. Però qualcuno mi ha detto che fare rumore è sempre meglio di restare in silenzio. Inoltre, forse, posso anche essere utile ad altre donne affinché magari non perdano tutto il tempo che ho perso io e trovino prima il coraggio di raccontare una situazione non normale. Da ormai 8 mesi sono stata vittima di stalking e, mentre scrivo il numero 8, mi sembra assurdo che sia passato così tanto tempo senza che io riuscissi a fare nulla. Però è così. Ho sottovalutato la cosa. Me la sono tenuta per me, perché non volevo coinvolgere le persone a me care ma anche perché, inconsapevolmente, cercavo le colpe di quello che stava accadendo. Quando ho trovato il coraggio di raccontare tutto avevo paura di sentirmi dire che forse stavo esagerando, invece mi sono sentita dire che stavo perdendo tempo e che le cose sarebbero potute degenerare. Prima di riuscire a raccontare tutto quello che ho vissuto in questi mesi alle mie più care amiche i mesi sono diventati 8 e, credo, mi porterò dietro più il loro sguardo sconvolto dal non averglielo detto prima che quello per la storia in sé. Ne avrò parlato, ad occhio e croce, con un amico e mia madre, ostentando sempre la massima serenità e omettendo tutto quello che avrebbe potuto farli preoccupare troppo. A ripensarci non condivido come ho affrontato la cosa, ma è sempre molto facile guardare a posteriori. Così com’è facile giudicare dall’esterno gli altri, ma la verità è che solo noi possiamo capire cosa ci sta succedendo. Io sono sempre stata una “dalla parte delle donne”, una che le invitava a reagire e a farsi sentire, e sono stata la prima a farlo quando chi mi ha messa al mondo non era esattamente il principe azzurro che ogni figlia meriterebbe. Sono cresciuta con l’insegnamento costante che una donna vale sempre meno di un uomo, che l’unico modo per risolvere le cose sono le mani addosso, che una donna non deve lavorare ma solo obbedire all’uomo, e altre cose simili. Sono cresciuta come una ribelle e mi piaceva sfidare chi mi ha messo al mondo, anche quando sapevo che le conseguenze sarebbero state amare. Quando tutti i bambini avevano il sogno di diventare astronauti e dottori, io sognavo solo di allontanarmi dalla mia famiglia e di lavorare, essere indipendente. Per questo a 14 anni iniziavo a fare la babysitter di nascosto e mettere da parte tutto ciò che potevo. La mia indipendenza è sempre stata la mia forza, ma lo è sempre stata anche la mia solitudine. Perché quando ero piccola e cercavo aiuto negli altri non lo trovavo mai. La mia era una famiglia “all’antica”, quindi i panni sporchi si lavano in famiglia e il marito/padre te lo tieni qualsiasi cosa faccia. Quando io e mia madre abbiamo deciso il momento di dire basta ci siamo ritrovate completamente sole, ma è stato li che ho deciso che non avrei mai più permesso ad un uomo di dirmi cosa fare, chi ero, quanto valevo e condizionarmi. Ho sempre avuto il coraggio di intraprendere tutte le battaglie che servivano per stare bene io e mia madre, anche le più difficili, non ho mai avuto paura né di lui né di altri uomini della mia famiglia e pensavo di essere invincibile. Non ho mai voluto una famiglia mia perché avevo paura di perdere la mia libertà. E tutti i miei rapporti di coppia sono stati condizionati dal mio passato. Ma proprio per aver affrontato ogni situazione da sola, e aver scoperto di non aver bisogno di nessuno, pensavo sarebbe andata sempre così. La verità, però, è che nessuno è invincibile, e ci sono delle situazioni in cui solo chiedendo aiuto si può trovare una soluzione. Ho impiegato più di 8 mesi per capirlo perché, pur avendone passate tante con gli uomini, una situazione del genere si è rivelata totalmente nuova e ingestibile per me. La verità è che mi sembrava tutto così assurdo da non comprenderne la gravità e ripetevo ogni giorno a me stessa che tanto sarebbe finita prima o poi. Intanto uno sconosciuto, visto 4 volte in due anni per motivi tutt’altro che personali, sfogava la sua follia nei miei confronti. Io di mio do poca, pochissima confidenza a chiunque. In 28 anni ho amato poche, pochissime volte, e quelle poche volte è stato solo per Amore. Ho poi frequentato qualcuno, certamente, ma ho sempre capito in breve tempo che non sarebbe nato nulla. In questo caso, però, non c’è stata nemmeno quella fase, della frequentazione. Non c’è stata una storia né un percorso che potesse diventarlo. Per questo mai, mai, mi sarei potuta immaginare che un uomo con cui non c’è mai stato nulla, potesse ossessionarsi per qualcuno. All’inizio pensavo la cosa passasse, ma invece tutto peggiorava soltanto. Pur avendo sempre messo in chiaro la situazione in molte occasioni, ed aver ripetuto che mai sarebbe potuto accadere qualcosa, nella sua mente si costruiva una realtà parallela nella quale io mi sono ritrovata senza deciderlo. Le citofonate impazzite a qualsiasi orario, le ossessioni scritte in ogni forma, gli appostamenti sotto casa sono solo alcune delle cose passate. Tutto è stato condizionante: l’ansia di dover uscire da casa o di dover rientrare; i numeri sconosciuti a cui non sapere se rispondere nelle chiamate; nuovi contatti social sempre pronti a trovare modi per comunicare; pacchi lasciati sotto casa che non sai mai se aprire; cuore sobbalzato ad ogni colpo di citofono e molto altro. Mi sono ripetuta spesso che forse non era così grave, che qualcuno con cui non hai condiviso nulla non può fissarsi così. Mi sono chiesta spesso dove avessi sbagliato, cosa avessi detto o fatto per arrivare qui. Nel frattempo il tempo passava ed io perdevo concentrazione, lucidità, calma. La prima persona a cui ho raccontato tutto è stata mia madre, anche se avrei voluto risparmiargli questa ennesima ansia in una vita, come la nostra, che ne ha sempre dovuta respirare tanta. Ma è stato inevitabile, vivendo insieme. Ovviamente, come ogni persona esterna a me, si è resa conto prima di me di quello che stava succedendo e mi ha intimato di procedere con azioni forti. Ma non mi ha obbligata a farlo quando mi ha vista smarrita e confusa. Forse ha compreso la mia stanchezza nel dover affrontare un’ennesima situazione “forte” o, semplicemente, ha aspettato che capissi da sola. Ad un certo punto, dopo alcune situazioni fuori controllo, ho capito che la situazione era davvero precipitata e dovevo agire. Adesso mi affido a chi di dovere, e so che le cose torneranno al loro posto. Ho trovato solo persone che hanno capito tutto e ne sono grata. Tutte le mie paure di giudizi e nasi storti non si sono mai verificate ed è proprio vero che quando cresci in un certo ambiente ti porterai insicurezze per sempre. Non so dire cosa sia successo che non mi abbia fatto parlare al tempo giusto, ma quello che voglio dire è che le persone si approfittano quando ti vedono “sola”, perché pensano di poterti condizionare più facilmente. Quindi parlatene, parlatene sempre. Non abbiamo colpe di ciò che fanno gli altri, e non dobbiamo vergognarci noi per i loro comportamenti. Da soli siamo forti ma per salvarci a volte abbiamo bisogno degli altri.