Cactus

Tutti parlano del dolore dell’amore, ma c’è un altro dolore che meriterebbe altrettante poesie, canzoni, racconti. L’amicizia. Cullata, protetta, rispettata. Quanto un amore. Quanto una sorella. Perchè di questo si tratta, quando un’amicizia è vera. Al pari di un amore, all’altezza di una famiglia. Poi un giorno ricevi uno schiaffo, poi il secondo, al terzo vai via. E anche se non toccherebbe a te fare un passo, anche se dovresti aspettare delle scuse o almeno un ritorno, ti muovi tu. Contro orgoglio sempre, contro cuore mai. Ma la verità è che i rapporti a passi singoli non fanno un cammino. Non basta riprendere a costruire, mattone su mattone se poi, quei mattoni, l’altro li butta giù. Solo per vederti crollare, piano piano, insieme a quei mattoni. Solo per il gusto di decidere, senza motivo, i tempi dello spettacolo. Allora, imparate a non permettere agli altri di usarvi in base ai loro umori. Imparate che i rapporti da soli non potete sorreggerli. Che la sconfitta di un rapporto non è colpa vostra. Imparate che merita di starvi accanto solo chi muove i passi insieme a voi. Incontro e non contro. Imparate a non lasciare socchiuse porte che, invece, devono essere chiuse. E mai più riaperte.

Ci guardiamo?

Possiamo inciampare, cadere, scivolare.
Rialzarci e capire.
Possiamo viaggiare, spostarci, cambiare.
Vedere e sentire.
E ascoltarci. Sapessimo farlo.
Ascoltare il cuore, e non averne paura.
E non imporci di essere forti,
di non sbagliare più,
di resistere a tutto.
E non imporci di nasconderci, di evitarci,
di non guardarci
per evitare di ritrovarci ancora là,
uguali come il primo giorno
più uno, l’oggi,
che ci aiuta a non sbagliare, a non ferire,

ad ascoltare.
E se di nuovo sbaglieremo, ci feriremo, non ci ascolteremo?
Costruiremo sempre un altro oggi,
un altro giorno in più,
per avere il tempo di non sbagliare,

non ferire e ascoltarci.
Ci guardiamo?

Il gioco dei puntini

«Adoro i puntini di sospensione, li uso un sacco.» Le disse durante uno scambio di messaggi a fine giornata.
Così a lei venne un’idea: gli mandò una frase in codice, scritta con i puntini. Ogni punto una lettera, e dopo ogni parola fatta di puntini uno spazio di divisione, più la punteggiatura. Insomma una frase vera e propria, con l’unica differenza che al posto delle lettere vi erano i puntini e lui doveva indovinare la frase!
Quella però non fu l’unica volta. Da quel momento diventò il loro gioco. Quando dovevano dirsi qualcosa e non ci riuscivano, quando volevano giocare, ma soprattutto quando erano distanti e si mancavano. Lo costruirono giorno per giorno, spontaneamente. A volte era lei a mandargli una frase, altre lui. A volte si davano gli aiuti regalandosi qualche lettera nel mezzo della frase. Altre volte per ottenere le lettere si chiedevano gli indizi. Alla fine se la frase veniva indovinata si vinceva qualcosa, in caso contrario si perdeva.
A pensarci adesso, o a raccontarlo, sembra stupido. Ma in quel momento, quando lo vivevano, era qualcosa di bello. Che non poteva comprendere nessuno se non loro.