Il gioco dei puntini

«Adoro i puntini di sospensione, li uso un sacco.» Le disse durante uno scambio di messaggi a fine giornata.
Così a lei venne un’idea: gli mandò una frase in codice, scritta con i puntini. Ogni punto una lettera, e dopo ogni parola fatta di puntini uno spazio di divisione, più la punteggiatura. Insomma una frase vera e propria, con l’unica differenza che al posto delle lettere vi erano i puntini e lui doveva indovinare la frase!
Quella però non fu l’unica volta. Da quel momento diventò il loro gioco. Quando dovevano dirsi qualcosa e non ci riuscivano, quando volevano giocare, ma soprattutto quando erano distanti e si mancavano. Lo costruirono giorno per giorno, spontaneamente. A volte era lei a mandargli una frase, altre lui. A volte si davano gli aiuti regalandosi qualche lettera nel mezzo della frase. Altre volte per ottenere le lettere si chiedevano gli indizi. Alla fine se la frase veniva indovinata si vinceva qualcosa, in caso contrario si perdeva.
A pensarci adesso, o a raccontarlo, sembra stupido. Ma in quel momento, quando lo vivevano, era qualcosa di bello. Che non poteva comprendere nessuno se non loro.

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Una donna incredibile

«Quando ti ho conosciuta la prima cosa che ho pensato è che con te avrei voluto farci un figlio.»
«Un figlio?»
«Sì lo so che hai sempre detto di non volere figli. Ma io ho sempre sperato di riuscire a farti cambiare idea. Di farti capire, piano piano, con amore, che mamma grandiosa saresti stata.»
«Perchè hai pensato proprio questo?»
«Non lo so. Quando ho iniziato a conoscerti ho pensato che tu fossi una donna incredibile. Non una ragazza, una donna! Avrei potuto pensare di portarti a letto, di fare un viaggio, di andare in un posto. Invece ho pensato questo, che con te avrei avuto voglia di fare un figlio. Di avere una famiglia.»