Al lavoro da papà

Mi guardai intorno, quel quartiere lo conoscevo bene. Ero indecisa se dirle che una parte di me era legata a quella zona, ma decisi che era ancora troppo presto. Mi guardai un attimo intorno, quella zona mi faceva sempre uno strano effetto: proprio lì, a un solo isolato, lavorava mio padre. Per me quella zona era terreno della mia infanzia, e mi venne in mente quando da piccolina correvo fuori dalla scuola per raggiungere il negozio di papà, per stare con lui quanto più tempo possibile, anche se lui non mi guardava mai. Provai ad allontanare i ricordi e andai via.

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L’estate profuma di te

Se è vero che ogni periodo porta con sé un odore,
se è vero che colleghiamo profumi a momenti,
allora per me l’estate profuma di te. Porta il tuo odore. Anche se non siamo andati al mare. Anche se lavoravamo sempre.
Sa di caldo insopportabile e di serate cercando stelle. Sa di sorrisi e gelosie. Di confidenze in riva al mare, mostrare il cuore con la luna testimone e la spiaggia silenziosa. Sa di essere diversi dagli altri, di cercare posti tranquilli senza gente, o va bene anche casa.

Che tanto ci bastava poco. Un panino a notte fonda, il tragitto in macchina e la stanchezza da nascondere. Due chiacchiere prima di dormire e buonanotte strette.

I ritardi della vita

Lavoravano insieme da qualche mese, eppure prima erano stati innamorati. Ed era stato un grande amore. Finito male. Come tutti i grandi amori. Poi lei si era innamorata ancora, e quando si erano rincontrati lui le aveva proposto di lavorare insieme. Ogni tanto si ritrovavano a parlare, lui la conosceva molto bene e sapeva ascoltarla. Tra di loro era sempre rimasta una grande stima.
«Secondo te perchè non ha funzionato tra noi?» Le chiese all’improvviso.
«Non lo so, credo abbiamo fatto tanti errori.»
«Abbiamo?»
«Beh sì, perchè sono sicura che quando un rapporto non funziona le colpe stanno sempre nel mezzo.»
«No, non credo. Io ho fatto molti più errori, anche se li ho riconosciuti tardi. Ho almeno l’80% di colpe.»
«Dai… il 60%.»
«No no, allora mi prendo il 70 e non ne parliamo più.»
Fecero un sorriso. Erano mesi che lei si rendeva conto di quanto fosse cambiato.
«Sei diventata più matura.» Le disse bevendo il caffè.  
«Perché, prima com’ero? Non dicevi sempre che la differenza di età con me non la sentivi?» Gli rispose, alludendo al fatto che lui fosse ben più grande.
«È vero. In passato non l’ho mai sentita la differenza di età con te. Altrimenti, per la vita che faccio, non sarei nemmeno mai riuscito a stare con te.»
«E allora?»
«E allora eri matura, eri responsabile, eri seria, ed eri bellissima. Solo che oggi lo sei un po’ di più. Sembra pazzesco, ma tu cresci e migliori ogni giorno un po’ di più. Ah, e poi non ho più incontrato una donna come te. E temo che non la incontrerò.

Ci siamo insegnati tanto

L’unica cosa che spero è di averti lasciato qualcosa. Ci siamo insegnati tanto a vicenda, non trovi? Tu per esempio mi hai insegnato che farsi aiutare non è un segno di debolezza, e che dove non arrivavo da sola saremmo potuti arrivare in due. Ti ricordi quando non riuscivo a montare quel pupazzetto trovato dentro l’uovo? Sì sembra un ricordo banale, ma è proprio dalle piccole cose che si impara di più. Tu insistevi per ascoltarti e montarlo diversamente, ma io non volevo aiuto, dovevo farcela da sola, come sempre. Ma non riuscivo a montarlo. Alla fine ti sei avvicinato un attimo e l’hai sistemato tu. Non sono portata per le costruzioni sai? Forse nemmeno quelle dei rapporti. Per questo ero così abile a distruggere sempre tutto. Ricordi che te lo dissi una volta, all’inizio, una delle tante in cui io puntualmente scappavo? Ti dicevo sempre di lasciarmi andare. Un giorno ti ho detto «io sono così, non le so gestire le cose belle che mi spaventano, ma sono bravissima a rovinarle». E tu mi hai detto «smettila e lascia fare a me, che le cose belle non è mio uso distruggerle». E ti ho lasciato fare. Per fortuna. Tu avevi questa capacità di tenermi sempre. Stretta. Nel modo giusto. Nel modo per me. Riuscivi a scavalcare tutti i muri che mettevo. Alti, duri, spessi. Insormontabili per chiunque, tranne che per te. Io ti respingevo e tu eri sempre là.
Ah e poi mi hai insegnato a prendere del tempo e a non farci nulla. Ricordi la mia incapacità di rilassarmi? Di riposarmi? Il mio continuo lavorare? Il mio continuo fare? Perché altrimenti pensavo di stare sprecando tempo? Sei stato l’unico che riusciva a farmi passare delle ore senza fare nulla, ad alzarci tardissimo la mattina, o solo a stare abbracciati sul divano. Che poi non è vero che era nulla, era tantissimo.
E io cosa ti ho insegnato? Una cosa la ricordo. Quando preparavamo la pasta che dovevi portarti l’indomani al lavoro, ricordi? Tu la mettevi ancora calda nel contenitore, chiudevi subito ermeticamente e poi la mettevi in frigo.
«Non dovresti farlo» ti ho detto un giorno «il frigo si rovina e poi fa male chiudere i cibi ancora caldi».
All’inizio non mi hai presa sul serio, poi mi hai guardata con scetticismo, infine quella sera prima di coricarci ho visto che la pasta l’avevi lasciata sul tavolo a raffreddare. Non ti ho detto nulla, non mi interessava prendermi meriti, ma ho sorriso.
Come quella sera che non eravamo insieme, mi hai mandato un messaggio e mi hai scritto “amore mi sono preparato il riso da portarmi al lavoro domani, adesso l’ho messo nel contenitore e l’ho lasciato aperto, aspetto che si raffreddi prima di metterlo in frigo… proprio come mi hai insegnato tu”.