Buon viaggio, nonna

Prima di adesso non avevo mai capito quelli che quando perdevano una persona cara lo scrivevano sui social. Ho sempre pensato che il dolore fosse qualcosa di personale e intimo. Sarà per questo che su Facebook non scrivo niente di personale da tempo e Instagram non ce l’ho più da tanto. Poi però ho riflettuto sul fatto che nonna non era solo mia ma ormai era un po’ di tutti. Ha fatto divertire tantissimi miei amici, tanto che ogni tanto ancora qualcuno mi chiede “ma tua nonna come sta?”. Io me lo ricordo ancora la prima volta che ho scritto di lei, raccontando un episodio in cui aveva preso a male parole i medici dell’ospedale perché, terminato un intervento devastante, non le volevano far mangiare l’arancino. E vai di bastaddu, cunnutu, siccu. Sì perché per mia nonna dirti magro equivaleva ad un insulto, se invece ti fiondavi a carne di cavallo e frittura allora eri suo amico. Il primo post su di lei ebbe un successo inaspettato. Centinaia di mi piace, commenti, perfino messaggi privati di chi voleva assolutamente conoscere nonna. Poi fu la volta delle badanti fatte scappare, di quando litigammo perché voleva per forza iscrivermi a Uomini e Donne. Come dimenticare, poi, il periodo del primo lockdown. Nonna, innamorata pazza di Conte, aspettava i decreti, le interviste, per poi chiamarmi e raccontarmi che gran pezzo di carusu fosse. La nonna diceva sempre a Conte (perché guardando la televisione ci dialogava) che se fosse stata più giovane lui avrebbe sicuramente perso la testa per lei. Poi la pandemia che peggiora e nonna che vede Conte “sempre chiu sciupatu”. E allora via a chiedermi come poter mandare un pacco di cibo a Roma perché “mischinu non ci rununu a manciari”. Nonna sul mio social spopolava e così un giorno gliel’ho raccontato. Ho pensato “se si arrabbia cancello tutto”. E invece, la sua risposta inaspettata e colma di entusiasmo: “Sono diventata famosa?”. Nonna che mi chiedeva come fare a diventare un’influencer della terza età. Voleva insegnare alle giovani ragazze come si cucina “picchi sti caruse non su cosa”. Perché la nonna chiedeva tutto a me, anche le fesserie più incredibili, agli orari più improponibili. Ma non perché non avesse altra gente a cui chiedere, ma perché io e lei avevamo un rapporto speciale, che nessuno riusciva a capire. Sarà perché è stata la prima a cullarmi, la prima con cui ho ricordi di vita, la prima a capirmi. Sarà perché mi ha cresciuta. Sarà perché era l’unica con cui riuscivo a dormire notti di fila, l’unica che riusciva a calmare i miei incubi, l’unica che sapeva cosa dire e cosa fare. Sempre. Nonna era anche l’unica che credeva in me, anche quando gridavo a gran voce le mie idee contro le prepotenze del maschilismo di cui era impastata la mia “famiglia”. Anche quando volevo studiare a dismisura contro chi non voleva che le donne aprissero i libri e iniziassero ad avere delle opinioni. Anche quando volevo fare i mestieri che nessuno approvava: “Vuoi scrivere a nonna? E tu scrivi”. Nonna con me era più dolce che mai, più affettuosa che mai, più coccolona che mai. Lo vedevo che con nessun altro era così. Sarà che lei è stata la prima anche a conoscere i miei vuoti e le mie ferite profonde come il mare e, nel suo modo semplice, provava a colmarle e a sanarle. Nonna era divertente, un personaggio. Non ho mai riso così tanto come con lei. Da grande l’ho persa, per 8 anni non ci siamo parlate. Il male si insinua sempre più facilmente del bene e scava, scava, scava, corrode. Ci siamo cascate anche noi o, meglio, lei. Io ho provato a salvarci con ogni mezzo, perché quando credi in un amore le provi tutte prima di rassegnarti. Però poi arriva un momento in cui devi fermarti, se vuoi salvarti tu. Anche se fa male. Però poi nonna è tornata, dopo anni lunghissimi e silenzi assordanti. È tornata da me colma di scuse, di richieste di perdono. È tornata perché ha sempre saputo chi io fossi, l’aveva soltanto dimenticato per un po’ lasciandosi condizionare da chi ha l’anima sporca e corrosa. È tornata con l’inizio della malattia, il cancro. Ma non l’ho perdonata per questo, non mi sono lasciata scalfire. Ho preso tempo, l’ho messa alla prova. Si perdona chi ci ha ferito solo se ne vale la pena. Nonna è l’unica che sono riuscita a perdonare perché è l’unica che avesse capito davvero i suoi errori. L’unica di cui avevo certezza che se fosse tornata indietro non avrebbe agito allo stesso modo con me. E poi non conta solo lo sbaglio ma anche cosa fai per rimediare. Nonna ha fatto tantissimo. E non è stato facile. Perché ci siamo ritrovate quando non eravamo più le stesse, soprattutto io. L’imbarazzo del tempo distanti e del dolore vissuto, però, è durato poco. È come se il tempo si fosse fermato e poi avesse ripreso a scorrere da dove si era interrotto. Avevo una paura folle di non piacerle, per le decisioni prese, la vita che avevo fatto e quella che avevo scelto, compresa di errori e cambi di rotta necessari. Ma ogni mia paura si è risolta il giorno che ha detto: “Che grande donna è diventata Giulia”. Anche se non avevo rispettato nessuna delle cose che aveva previsto per me, anche se ero stata diversa da tutti, ribelle fino all’ultimo. Le piacevo semplicemente com’ero. E non potevo chiedere di più. Guardava me e mamma, le cadute e le risalite, i sacrifici fatti, le batoste che avevamo superato da sole, e ne era orgogliosa. Ci siamo fatte un sacco di risate in questo anno e mezzo circa ritrovate. Soprattutto ad ogni medico che le dava 3 giorni di vita. Nessuno si capacitava di come nonna riuscisse a contrastare una forma di malattia tanto aggressiva, tanto rara, tanto invasiva. Il cancro io e lei lo chiamavamo per nome e lo insultavamo. Ridevamo fino alle lacrime per tutto. Perché eravamo uguali su tanti aspetti. Mia madre lo diceva sempre che “il dna con lei aveva saltato una generazione”. Mamma che si metteva mani ai capelli quando io e nonna eravamo insieme e che metteva le mani sulle orecchie perché “non vi voglio sentire”. Mamma sempre troppo composta, troppo buona, troppo accondiscendente. Io e nonna, invece, se qualcuno era stronzo glielo dicevamo senza problemi. Nonna aveva una voglia di vivere incredibile, di truccarsi, ballare, vestirsi elegante, farsi i capelli cotonati, cucinare le mulinciane fritte per colazione anche se non poteva mangiarle. Non rinunciava a nulla. Aveva tanti sogni, anche alla sua età. Come quando mi ha chiesto di prometterle di scrivere il libro sulla sua vita. L’ha chiesto proprio a me, voleva lo facessi io. Una richiesta che mi lasciò stupita ma colma di orgoglio. Lei si fidava di me, solo di me. E leggeva qualsiasi cosa scrivessi, anche la più noiosa o seria per lavoro. E quando stava più male lei glielo diceva, al cancro, di darle più tempo per recuperare quello perso con me. Due giorni prima di andarsene io ero lì, a casa ad imboccarla per bere. Sono stata l’ultima a farlo. E chi l’avrebbe mai detto che dopo tutto quello che era successo ci sarei stata proprio io? Nonna mi ha lasciato la sicurezza della forza dell’amore che, quando è vero, è incredibilmente più forte di qualsiasi cosa. Sono passati solo pochi giorni ma mi manca come se non la vedessi da molto più tempo. Mi manca perché era uno tsunami. Un terremoto vivente. Un pericolo assoluto! Pensare che non chiamerà a qualsiasi orario solo per commentare il tizio in televisione, o per farmi fare una ricerca su Google, mi sembra assurdo. Ho perfino guardato il cellulare istintivamente, per un attimo, in questi giorni, per controllare se avesse chiamato.
Ciao nonna, friggi montagne di melanzane e inonda il cielo di sugo cotto alle 8 del mattino e padelle scoppiettanti di olio.

Caro 2019

Caro 2019, poche cose mi hanno resa felice nella vita come sapere che ti stai per togliere dalle palle!
Mi trovo davanti carta e penna, perché ho molto da organizzare per l’anno nuovo. Quest’anno per me si sta concludendo in maniera diversa rispetto agli altri anni. Di solito è stato un giorno come un altro in cui continuava tutto ciò che c’era prima. Quest’anno, invece, Capodanno lo sento molto. Questi ultimi giorni sono stati un frullatore ed io mi sono sentita in un vortice di cose da fare, da dire, da risolvere, da capire.
Tutto prima che finisse l’anno. L’ho sentita proprio come necessità.
Questo per me è stato un anno pesantissimo, a riguardarlo e riviverlo stento a credere di aver affrontato e superato tutto! Sono una roccia e te ne sei approfittato eh? Grazie comunque. Ho sempre pensato che le cose accadano alle persone a cui debbano accadere, magari perché in grado di affrontarle meglio o magari perché per tutto c’è un motivo, che più avanti forse mi sarà chiaro. Prima che tu finissi, molte erano le cose da dover risolvere ed ho viaggiato a mille perché di rimpianti non ne voglio più. Non mi riferisco soltanto al lavoro, ai problemi quotidiani e alle piccole e grandi cose che compongono una vita. Mi riferisco piuttosto ai rapporti umani, perché io li metto sempre al primo posto. Così, quest’anno, ho provato a salvare tutto quello che per me meritava di provare ad essere salvato: un grande amore, nonna, la mia più grande amica. Sono state le 3 cose per cui ho fatto tutto quello che potevo fare, tutto il possibile. L’ho fatto anche se mi è costato tanta fatica, dolore e coraggio. Ma sono contenta, perché per ognuno di loro ho finalmente potuto guardarmi allo specchio fiera e orgogliosa, ci ho messo tutta me! Mi sono fatta una promessa però, e niente e nessuno potrà riuscire a infrangerla:
tutto ciò che non si è voluto salvare non avrà più posto nel nuovo anno. Non aprirò mai più porte che si sono chiuse.
Quest’anno sono cambiata tantissimo, da settembre ho iniziato un percorso che mi ha permesso di imparare a conoscermi e a guardarmi davvero. Ho imparato a non prendermi più le colpe di tutto e ad amarmi esattamente come sono: tutta cuore. Per troppo tempo ho sempre creduto che fosse un difetto, e invece è un dono. L’augurio che mi faccio è di riuscire a trovare d’ora in poi persone che siano esattamente così: tutto cuore! Caro 2020… ti sto aspettando. Stupiscimi!

Mi prenderò cura di te

La prima volta che ti ho rivista, nonna, ho pensato che il mio cuore non avrebbe retto a tutte quelle emozioni. Tu sei diventata così piccola, così fragile, così da stringere.
La prima volta che ti ho riabbracciata le gambe sembravano cedermi, ma mi sono fatta forza per sorreggere anche te. Guardarti, in quel momento, mi ha provocato un uragano di emozioni: ricordavo cos’era stato crescere insieme a te, stare sempre tra le tue braccia. Ma anche i problemi, le litigate, i tradimenti,
e il rumore forte di quella porta che avevo sbattuto prima di andare via l’ultima volta, anni fa. Se mi chiedessero qual è la cosa che
mi ha colpita di più la prima volta che ci siamo riviste risponderei la complicità. Il tuo tempestarmi di domande, il tuo volermi raccontare tutto come se fosse un giorno qualunque, come se quel tempo distante non
ci fosse mai stato. È bastato un secondo per capire che i legami speciali il tempo e la distanza non possono cambiarli. Si interrompono e riprendono esattamente da lì. Mentre mi guardavi mi sono chiesta se sono come tu mi avresti voluta, la donna che speravi che io diventassi. Poi, vedere i tuoi occhi felici ha reso felice anche me.
Io non posso fingere davanti alla vita che tutto il dolore che è stato io non lo senta ancora in ogni centimetro del mio cuore, che non ricordi quanto mi siano costate ogni giorno quelle ferite. Ma io avrò una vita per ricucirle, mentre troppo poco ne avevo per perdonarti.
Ti prometto che in questo tempo che abbiamo sarò io a tenerti tra le mie braccia, come facevi tu con me quando ero piccola.
Sarò io a cullarti e a prendermi cura di te.
E quando mi mancheranno le parole ti guarderò con i miei “occhioni” che tanto ami.
E spero proprio che loro sappiano colmare tutto quello che non è stato e riempire tutto quello che sarà.

Gli odori della nostra vita

Ci sono odori e profumi che non possiamo dimenticare, nemmeno a distanza di mesi o anni. Perché sono gli odori che hanno fatto da colonna sonora ai momenti più importanti della nostra vita.

Quando ci riferiamo a questo tipo di odori, non intendiamo il profumo in sé, cioè quello confezionato che ogni persona usa. Anche se è vero che spesso amiamo il profumo che qualcuno indossa, e ci capita di risentirlo negli altri o semplicemente in giro, quello di cui parliamo è un altro tipo di profumo.
È un odore che non si sente soltanto con il naso, con l’olfatto. È un odore che si sente con la pelle, con gli occhi e con l’anima. Sono quei profumi che ti entrano dentro, senza che te ne accorgi, e poi ti restano. Sono i profumi che più ti scombussolano, che ti provocano emozioni, belle o brutte che siano. Che ti evocano ricordi e ti fanno rivivere costantemente lo stesso momento di quando l’hai sentito.

Questo tipo di profumo non sempre ha una spiegazione. Tu cammini per strada, senti un profumo e lo colleghi a qualcosa. Non sempre focalizzi subito cosa. A quanti di noi è capitato di dire “mi ricorda qualcosa ma non so cosa”. Ecco. Non sempre un profumo è immediato. Non sempre l’associazione è chiara. Magari dentro di voi quell’odore è entrato, e li è rimasto, ma senza che voi ve ne siate accorti. O forse l’associazione è dolorosa, il ricordo di quel momento o di quella persona lo è, e allora inconsciamente lo rimuovi, non lo accetti, non vuoi sentirlo. Il più delle volte questa lotta interiore con noi stessi è inutile. Un odore ti entra dentro e lì resta.

I primi profumi che ricordiamo sono di solito associati a periodi della nostra infanzia. Penso che ognuno di voi ha il suo, o anche di più.
Io il primo che ricordo lo associo a mia nonna. Che poi è la persona che mi ha cresciuta. Una mamma. Ed è quello della salsa. Ne associo molti altri a lei, ma questo è quello più forte. Si alzava prestissimo per farla. Il profumo saliva su per le scale, oltrepassava due piani. Non ho più conosciuto nessuno che facesse la salsa come mia nonna. Io poi nemmeno ne mangio. Mangiavo la sua però. La mangiavo non con la bocca ma col naso, quasi. Anche mia madre a casa la faceva, ma non era come quella di nonna. Nessuna salsa lo è mai più stata. Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di magico in quel sugo. Forse era la combinazione perfetta del sale e dello zucchero. O forse i pomodori che sceglieva con cura. O forse quel modo di girarla alla perfezione, mentre per la casa riecheggiava il borbottio della padella scoppiettante. Io nemmeno arrivavo ai fornelli, piccola com’ero. E poi a nessuno era permesso mettere le mani mentre la nonna cucinava, la salsa soprattutto. Però io ero speciale, a me lo permetteva. Per aiutarmi ricordo che prendeva una sedia, mi aiutava a salire e finalmente la mia altezza combaciava con i fornelli. Mi dava il mestolo e avevo il permesso di girarla. Nel senso in cui mi diceva lei, correggendomi quando sbagliavo il senso o l’andatura.

Ai nonni penso che i nipoti associno un sacco di odori. Mio nonno ad esempio, appena il giardiniere andava via, mi prendeva per mano e mi portava in giardino. Ci sedevamo sull’erba, lì in campagna e mi diceva di respirare. Si sentiva l’odore dell’erba appena tagliata. Non credo amassi particolarmente la campagna io, sono sempre stata più un tipo da città, fin da piccola, però il nonno riusciva a farmelo amare quell’odore. Mi diceva che era l’odore di rinascita. Il prato tagliato era la metafora della vita: quando qualcosa non va più bene non si può restare immobili né aspettare, bisogna fare qualcosa. Si taglia la parte che non va bene, ma non si toccano le radici, la parte più vera e profonda di noi stessi. E come il prato riprende a respirare, anche noi possiamo riprendere a farlo. Non saprei dire se da grande sono stata così brava a rispettarla questa metafora. Ma so che l’odore è rimasto.

Però gli odori non sono soltanto così specifici: salsa = nonna, erba = nonno. Di questi possiamo averne a migliaia. Tanti odori che associamo ad una madre, ad un padre, ad un familiare caro o ad altri. Io in realtà non mi ero mai soffermata a pensare agli odori. Ho iniziato quando ne sentivo uno e non sapevo spiegare quale fosse. Mi riferivo al profumo dell’estate. Io questa stagione non l’ho mai amata particolarmente, amo il mare sì, ma non ho ricordi belli e importanti collegati. Quando è arrivata ho iniziato a guardarmi in giro, mi sentivo circondata da odori. Senza nulla di specifico. E li associavo tutti ad una persona. Che fa parte del passato. Che non fa più parte della mia vita, ma che ha reso per la prima ed unica volta nella mia vita, un’estate speciale. Forse perchè odorava di felicità, di sentirsi amata, finalmente. Allora mi sono accorta che ogni tratto d’estate, ogni raggio di sole, ogni luce di luna, ogni sera stellata, ogni frastuono di bambino e di vita fino a tardi me lo ricordava. È stato lì che ho capito che un odore può essere qualcosa di indefinito. L’odore di una stagione, senza nulla di specifico ma tutto che si associa.

Così mi sono interrogata. Ho iniziato a riflettere sugli odori indefiniti e non specifici. E mi sono accorta che sono un sacco quelli che possiamo associare.
Ad esempio c’è l’odore dei fallimenti. È l’odore di quando volevi far qualcosa ma non hai potuto, di quando ci credevi ma non è andata. L’odore di quando non ci sei riuscito.

Poi c’è l’odore della rabbia. Quando sei così arrabbiato con il mondo che vorresti spaccarlo tutto, pezzo per pezzo. Quando sei così arrabbiato che quasi non respiri. L’odore di quando vorresti urlare piangere e colpire un muro. E invece quella rabbia è così grande che non riesci a fare nulla. Quel dolore che se ne sta lì, immobile dentro di te. Ecco, l’odore del dolore. Il più forte di tutti, quello che ti resta dentro l’anima. Non credo esista un solo odore per il dolore.
Il dolore, di solito, è collegato ad un momento o ad una persona, e avrà un odore che non sarà uguale per ogni brutto momento o per ogni persona che ci ha fatto male. Però il dolore è universale. Il petto che si spacca, le gambe che vacillano, il cuore preso e frammentato. È quello. L’odore di quando credi di non farcela. Di non potercela fare. L’odore del vuoto che ti resta dopo, quando il dolore ti cambia. Ti svuota e ti fa chiudere alla vita. Anche se non glielo dovremmo permettere. Anche se dovremmo ricominciare ogni giorno come se non avessimo mai sofferto, ma non si può.
L’odore della rabbia, del dolore, della paura. Figli della stessa madre.
L’odore dell’abbandono. Non ti ho trovato più.

E poi c’è l’odore del tempo. Quando la vita ci scappa tra le mani e ci sentiamo in ritardo. Come sei arrivato fino a qui? Di già? Avevi tanti progetti, tanti sogni, dove sono finiti? L’odore del tempo che corre. Che non si ferma. Che non ti aspetta. I rimpianti ed i rimorsi. “Avrei potuto dire, avrei potuto fare”, “e se…”. E mentre pensiamo a tutto quello che non è andato, a tutto quello che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto, a tutti gli errori commessi, il tempo continua a passare. E noi ne perdiamo dell’altro.

E poi ci sono i due odori più importanti: quello dell’oggi e quello del domani.
L’oggi profuma della mia migliore amica. Lei ha tutti i profumi della mia vita. Odora di pollo al curry, di cocco e di vaniglia. Ma odora anche di Casa, di un porto sicuro, di notti tra lacrime che diventano sorrisi. Odora di mani che ti tengono. Di abbracci sentiti, pochi. Ma forti. Odora di cose mai conosciute e d’improvviso scoperte. Di fiducia. Di rispetto. Di ritorni. Di litigi e di pace. Odora di famiglia, di chi puoi contare, di chi c’è. Odora di silenzi, che non pesano perché sanno già parlare. Odora di serenità. Di racconti complici mettendo a nudo tutta te stessa. Lei ha tutti gli odori che sento in giro. Odora di Vita. Odora di Amore, qualunque forma sia.

L’odore del domani non lo conosco. Nessuno di noi lo conosce. Mi piace pensare che sia un odore bello, che la felicità si farà sentire. Che non può girare sempre contrario il vento. Ma se così dovesse essere va bene anche perché, alla fine, gli odori che ci hanno fatto più male sono anche quelli che ci hanno reso così forti come siamo oggi.
Siamo chi siamo più per il dolore vissuto che per le cose belle, e se impariamo a pensare che tutto accade per un motivo possiamo accettare qualsiasi vento contrario.

Sarò fiera di te

«Nonna a che pensi? Sei molto silenziosa.» Le chiese la piccola mentre asciugava i piatti puliti che le porgeva la nonna dopo averli lavati. Era domenica, avevano finito di pranzare, tutta la famiglia. Era stato un pranzo acceso, con tante discussioni.
«Stavo pensando a te», le rispose la nonna. «A volte mi scordo l’età che hai. Sei una bambina molto piccola eppure sei riuscita a zittire tutti a tavola. Ti immagino da grande e mi trema il cuore. Perchè so che sarà difficile per te vivere in questo mondo, ma so anche che sarai una grande donna. Sono fiera della donna che sarai!»
«Nonna ma non sono ancora una donna!»

«Ma ti immagino già, guerriera e onesta, dalla parte giusta. Forse io quel giorno non ci sarò già più, ma tu ricordati che sarò fiera di te!»

Chiudi gli occhi e pensa al domani

«Nonna ma tu cosa fai quando passi una brutta giornata?»
Era appena uscita da scuola, ed era corsa incontro alla nonna.
Le piaceva quando la veniva a prendere lei, era sempre puntuale, andavano a comprare il pane caldo e lo mangiavano camminando per strada fino ad arrivare a casa.
«Perché me lo chiedi? Cos’è successo a scuola?»
«Non a scuola.»
«A casa?»
«Non voglio parlarne.»
Silenzio. Si stringevano più forte le mani.
E poi la nonna diceva: «quando una giornata non è andata bene tu chiudi gli occhi, e pensa al domani. Domani sarà sempre un nuovo giorno, qualsiasi cosa sia successa oggi.  Chiudi gli occhi e immagina qualcosa di bello che potrai fare domani.»
Silenzio. La bambina stava riflettendo, non sembrava molto convinta.
«Lo so che adesso ti sembra poco, ma ricorda queste parole anche quando sarai grande. Quando le giornate ti sembreranno troppo difficili tu chiudi gli occhi, e pensa al domani.»

Nonna, ma tu e il nonno come vi siete innamorati?

Pensava a sua nonna. Alla lezione sull’amore che le dava sempre quando era più piccola. Le piaceva tanto farsi raccontare la storia del loro amore, quello suo e del nonno. La sapeva a memoria, ma ogni volta le piaceva riascoltarla.
«Nonna, ma tu e il nonno come vi siete innamorati?»
«Un giorno è passato sotto il mio balcone, ha incrociato il mio sguardo e ci siamo sorrisi.»
«E poi?»
«E poi nulla. Ci siamo innamorati in quel momento.»
«Soltanto?»
«Sì, l’amore non ha bisogno di grandi gesti e di grandi tempi. L’amore è un attimo. Lo capirai quando sarai più grande e ti innamorerai anche tu.»
«E quando vi siete fidanzati?»
«I tempi erano diversi da adesso, non c’era tutta questa prova di conoscenza. Il nonno dopo quello sguardo partì per il militare. Per 6 mesi mi chiamava a casa tutte le sere, per qualche minuto. Era il momento più bello della giornata. Appena è sceso di nuovo qui mi ha chiesto di fidanzarci ufficialmente. Che non era un gioco come adesso, una prova, un vediamo come va. Era un affare serio! Era una promessa! Ho detto di sì. 6 mesi dopo, al rientro ufficiale dal militare ci siamo sposati.»
«Ma nonna! Subito? Così senza conoscervi?»
«Ti sbagli, io e il nonno ci siamo conosciuti, e molto bene anche. Io ho conosciuto i suoi pregi e lui i miei, e infine i difetti… e il nonno come sai ne ha ben tanti! Ma sono i difetti che lo rendono l’uomo che mi ha sorriso con gli occhi quel giorno sotto il balcone, e io quegli occhi non li ho mai voluti cambiare. Io e il nonno abbiamo scelto di non scappare dai difetti l’uno dell’altra, di non buttarli pensando di trovare di meglio, ma di perdonarci per gli sbagli e di ritrovarci sempre. Io e il nonno abbiamo scelto di conoscerci, per 50 lunghi anni. E ancora oggi continuiamo a conoscerci.»

L’odore della nonna

Stava pensando a sua nonna. La pensava spesso ultimamente dall’ultima volta che si erano viste. La volta in cui avevano litigato più forte del solito. La volta in cui lei era andata via sbattendo la porta. Erano passati anni. Adesso aveva saputo che non stava bene. Avrebbe voluto perdonarla, rivederla. Ogni tanto arrivava fino a casa sua. Provava ad entrare ma le gambe le cedevano e alla fine andava via. Altre volte restava lì davanti per un po’. Davanti al portone della sua infanzia. Chiudeva gli occhi e cercava di ricordarla, di ricordarne l’odore. L’odore della nonna. L’odore della crema che metteva prima di dormire. L’odore della salsa fatta la domenica mattina, quando la nonna si avvicinava col mestolo fumante e le chiedeva di assaggiarne un po’ da quel grande pentolone. Per farla sentire importante, per poterle far dire più tardi a tavola, davanti a tutti, che lei aveva aiutato la nonna a cucinare. L’odore della lacca per capelli. Cotonati, soffici, come quelli delle grandi dame di un tempo. L’odore degli abbracci stretti la sera prima di dormire, quando mamma e papà erano via e lei restava dai nonni.
«Nonna ma non credi che il nonno soffra da solo nel lettone? Gli mancherai stanotte.»
«Stai tranquilla, il nonno sarà felice di avere il lettone tutto per lui! Sì, il nonno mancherà anche a me, ma anche tu quando non ci sei mi manchi. Dormi adesso, stretta stretta con la nonna, e fai bei sogni!»