Il punto di non ritorno

È sempre stata una mia caratteristica, quella di non buttare i rapporti davanti alle difficoltà, agli ostacoli, alle incomprensioni che sembrano insormontabili. Ho sempre pensato che i rapporti, quelli che sono valsi qualcosa, quelli che per costruirli hai messo fatica e cuore andassero salvati. Nulla di esageratamente forzato, semplicemente seguire quel filo invisibile che non li aveva mai spezzati. Non sono mai stata una che chiude facilmente i rapporti, che li butta davanti ai momenti difficili come se non ci fosse mai stato nulla. Ho sempre pensato che le difficoltà fossero dei segnali che la vita ti manda per mettere alla prova quel rapporto, per vedere quanto sia forte e vero. Ho sempre odiato questa mia caratteristica ma, col tempo, ho imparato ad amarla. Perchè mi fa dosare parole e comportamenti, dando valore ad ogni singola cosa. Amo questa parte di me perchè rispetta i rapporti che sono stati importanti. Perchè ci metto tutto il cuore, e l’impegno. Cerco di migliorare, di imparare dai miei errori e non mi arrendo mai. Non voglio rimpianti, per questo metto in gioco tutta me stessa. Però arrivo fino a quel punto, quello di non ritorno. Quello che, una volta sentito, non mi farà mai più tornare indietro.

Il gioco dei puntini

«Adoro i puntini di sospensione, li uso un sacco.» Le disse durante uno scambio di messaggi a fine giornata.
Così a lei venne un’idea: gli mandò una frase in codice, scritta con i puntini. Ogni punto una lettera, e dopo ogni parola fatta di puntini uno spazio di divisione, più la punteggiatura. Insomma una frase vera e propria, con l’unica differenza che al posto delle lettere vi erano i puntini e lui doveva indovinare la frase!
Quella però non fu l’unica volta. Da quel momento diventò il loro gioco. Quando dovevano dirsi qualcosa e non ci riuscivano, quando volevano giocare, ma soprattutto quando erano distanti e si mancavano. Lo costruirono giorno per giorno, spontaneamente. A volte era lei a mandargli una frase, altre lui. A volte si davano gli aiuti regalandosi qualche lettera nel mezzo della frase. Altre volte per ottenere le lettere si chiedevano gli indizi. Alla fine se la frase veniva indovinata si vinceva qualcosa, in caso contrario si perdeva.
A pensarci adesso, o a raccontarlo, sembra stupido. Ma in quel momento, quando lo vivevano, era qualcosa di bello. Che non poteva comprendere nessuno se non loro.

Tempi

Nella fine di un amore esistono tre tempi: il primo, di solito iniziale, è quello in cui niente sembra essere cambiato. Non si sta più insieme ma ci si sente ancora legati all’altro. È il tempo in cui, ogni giorno, uno dei due aspetta che l’altro faccia un passo per sistemare tutto. È il tempo in cui non si è ancora pronti a mettere un punto. Ecco, il primo tempo è una virgola.

Il terzo tempo è quello in cui entrambi hanno smesso d’amare e sono indifferenti l’uno dell’altro. Possono riparlare, non sentono sentimenti dell’amore ma dell’affetto: non c’è attrazione, gelosia, ricordi malinconici, nostalgia, rabbia.

E poi c’è il secondo. Il tempo più difficile e delicato di tutti. Perché è la fine del primo e l’inizio del terzo. Non si sente più quel legame forte ma non si è nemmeno ancora indifferenti. Si sta cominciando ad accettare la fine, ma basta poco per tornare indietro. È un tempo delicato, che va afferrato o lasciato andare. Afferrato per provare a riportarlo al primo, o lasciato andare verso il suo terzo tempo.
E tu oggi cosa scegli?