L’Amore è uno

Crescendo capirai che l’Amore è uno. Uno solo. Uno soltanto. Capirai che gli altri sono affetti, amicizie, conoscenze, legami più o meno importanti che per qualche motivo andavano vissuti. Forse per farti crescere. Forse per farti riconoscere l’Amore. Uno solo. Uno soltanto. Capirai e lo riconoscerai. Subito. Oppure col tempo. Oppure in ritardo. L’Amore. Un Amore. Quello. Che stai leggendo adesso e ci pensi subito. Che adesso è con te e speri non finisca. Che hai perso e speri di ritrovare. Che non hai ancora conosciuto e sogni di incontrare. L’Amore. Uno solo. Uno soltanto. Il tuo. Scelto per te. Non da te. Dalla vita. E tu non puoi farci niente. Ti ci arrendi. O lo respingi. Comunque il tuo. Uno solo. Uno soltanto.

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L’ora di ora

Pensiamo di avere sempre ancora tempo: tempo per chiarire, tempo per decidere, tempo per provare, tempo per amare. E aspettiamo sempre il tempo giusto. Questa è la bugia più grande: il tempo giusto non esiste, ed il migliore è oggi, adesso, ora. Come l’ora che segna il grande orologio ogni volta che entro in questo parco.
Che ora è? È l’ora di ora.

Ci guardiamo?

Possiamo inciampare, cadere, scivolare.
Rialzarci e capire.
Possiamo viaggiare, spostarci, cambiare.
Vedere e sentire.
E ascoltarci. Sapessimo farlo.
Ascoltare il cuore, e non averne paura.
E non imporci di essere forti,
di non sbagliare più,
di resistere a tutto.
E non imporci di nasconderci, di evitarci,
di non guardarci
per evitare di ritrovarci ancora là,
uguali come il primo giorno
più uno, l’oggi,
che ci aiuta a non sbagliare, a non ferire,

ad ascoltare.
E se di nuovo sbaglieremo, ci feriremo, non ci ascolteremo?
Costruiremo sempre un altro oggi,
un altro giorno in più,
per avere il tempo di non sbagliare,

non ferire e ascoltarci.
Ci guardiamo?

Da D ad F, le loro iniziali

Ho conosciuto una ragazza,
mi ha raccontato per caso
la sua storia d’amore.
Poco,
pochissimo,
ma sono bastate poche parole
per voler scrivere di lei.
L’ho immaginata.
Lei e lui.
Insieme a Piccola,
una gatta,
la loro,
regalo d’amore che li lega.
Anche adesso che non stanno insieme.

Sono passati anni
da quando si sono lasciati.
Sembra almeno,
perché poi c’è il cuore
e lui li tiene insieme.
Come altri,
come tanti,
prima di loro,
dopo di loro.
Questa è la storia di mille storie,
di amori forti
che non dovrebbero finire,
ma che finiscono
tutti o quasi

inevitabilmente.
Senza logica,
senza dovere,
senza volere.
E poeti,
maestri,
cantanti,
scrittori
ci provano a capirne il motivo
ma non ci riescono.
E allora ne scrivono,
ne raccontano i tratti,
ne ricordano l’eco.
Come loro,

da D ad F,
le loro iniziali.
Lui che l’amava molto
più di tutti.
Lui che ne amava i difetti,
che la faceva sentire più bella
di come si sentiva da sola.
Lui e lei.
In campeggio,
in macchina,
in tenda,
nei progetti
e nei sogni.
Lui e lei
e Piccola

che li ha uniti.
Gatta
e testimone d’amore.
Il loro.
E salvezza.
Perché ha salvato lei
quando tutto era buio,
nero.
Quando lui ha fatto un errore,
di nome abbandono.
Per poi ritornare,
riconquistare,
amare
ancora di più,
più forte e più stretto.

L’amore,
che spesso impone gli sbagli
per poter scoprirsi più grande.
Ma ne lascia i segni,
le cicatrici,
le ferite fragili.
E vince l’orgoglio
che ha vinto su lei.
E non l’ha perdonato,
ha temuto un altro abbandono.
L’orgoglio,
maestro di danni.
E finisce un amore,
e all’inizio sembra giusto così.

Ma passa il tempo
e manca quel cuore.
E oggi ancora le brillano gli occhi
le basta soltanto nominarlo
raccontarlo
ricordarlo.
Quello era amore,
finalmente l’hai capito,
ed eri felice.
Tormenti,
domande
sarò ancora felice?

Si chiede.
Se l’amore è uno solo
io l’ho perso
ne avrò mai un altro?

Ed io,
umile poeta al servizio del cuore,
non ho risposta certa da dare.
Ma una cosa la so
L’amore, se è amore, non finisce
L’amore finisce e, se è amore vero, poi ritorna
L’amore si allontana e si ritrova.
Come un elastico fino allo stremo
che ti riporta al punto di partenza.
Affidati al tempo,
potrà ridarti un amore
che credevi finito,
o donartene uno nuovo
quello vero
che pensavi di non incontrare

e invece eccolo
sarà lì per te.

Io non ti amo più

Lui lo aveva capito da tanto che io non lo amavo più, ma io non lo sapevo.
Era tornato tante volte. Negli ultimi tempi mi era stato molto vicino. Adesso era arrivato però il momento di dirglielo, anche se era difficile: per lui perchè l’avrei fatto soffrire, per me perchè l’avrei perso. E per me era sempre stato un punto di riferimento. Però dovetti prendermi di coraggio, e al suo ennesimo “perché no?” glielo dissi: “io non ti amo più”. La prima volta provo a zittirmi la bocca con la mano, lo spostai. La seconda mi parlò di sopra smorzando le mie parole. La terza dovette ascoltarmi: «Ci sono molti amori che tornano, che si ritrovano, anche più belli di prima. Ma non questo, non noi. La mia testa è altrove. E per quanto vorrei impormelo io non ti amo, non ti amo più». Ci fu silenzio. E
proprio quando mi aspettavo insulti e ulteriori richieste mi disse soltanto “Lo so”.
«Lo sai?» gli chiesi.
«So che non mi ami più da moltissimi mesi. O forse da sempre. Dalla prima volta in cui mi parlasti di lui.» Poi proseguì ricordandomi alcuni episodi, qualcosa che avevo detto e che nemmeno ricordavo. Mi chiesi perché avesse fatto così tanto nell’ultimo periodo pur sapendo per primo che, anche quando sembravo confusa, non lo amavo. Sembrò leggermi nel pensiero: «Ci ho provato, fino all’ultimo. Se è questo che ti stai chiedendo. Sono tornato, e sono rimasto, sperando ti accorgessi di nuovo di me. Speravo che tornassi ad amarmi come quando c’ero solo io, che tornassi ad amarmi come un tempo, prima che commettessi l’errore di perderti.»

Ma quel tempo non c’era più, e questo ormai da tanto non era più il nostro.

Gli odori della nostra vita

Ci sono odori e profumi che non possiamo dimenticare, nemmeno a distanza di mesi o anni. Perché sono gli odori che hanno fatto da colonna sonora ai momenti più importanti della nostra vita.

Quando ci riferiamo a questo tipo di odori, non intendiamo il profumo in sé, cioè quello confezionato che ogni persona usa. Anche se è vero che spesso amiamo il profumo che qualcuno indossa, e ci capita di risentirlo negli altri o semplicemente in giro, quello di cui parliamo è un altro tipo di profumo.
È un odore che non si sente soltanto con il naso, con l’olfatto. È un odore che si sente con la pelle, con gli occhi e con l’anima. Sono quei profumi che ti entrano dentro, senza che te ne accorgi, e poi ti restano. Sono i profumi che più ti scombussolano, che ti provocano emozioni, belle o brutte che siano. Che ti evocano ricordi e ti fanno rivivere costantemente lo stesso momento di quando l’hai sentito.

Questo tipo di profumo non sempre ha una spiegazione. Tu cammini per strada, senti un profumo e lo colleghi a qualcosa. Non sempre focalizzi subito cosa. A quanti di noi è capitato di dire “mi ricorda qualcosa ma non so cosa”. Ecco. Non sempre un profumo è immediato. Non sempre l’associazione è chiara. Magari dentro di voi quell’odore è entrato, e li è rimasto, ma senza che voi ve ne siate accorti. O forse l’associazione è dolorosa, il ricordo di quel momento o di quella persona lo è, e allora inconsciamente lo rimuovi, non lo accetti, non vuoi sentirlo. Il più delle volte questa lotta interiore con noi stessi è inutile. Un odore ti entra dentro e lì resta.

I primi profumi che ricordiamo sono di solito associati a periodi della nostra infanzia. Penso che ognuno di voi ha il suo, o anche di più.
Io il primo che ricordo lo associo a mia nonna. Che poi è la persona che mi ha cresciuta. Una mamma. Ed è quello della salsa. Ne associo molti altri a lei, ma questo è quello più forte. Si alzava prestissimo per farla. Il profumo saliva su per le scale, oltrepassava due piani. Non ho più conosciuto nessuno che facesse la salsa come mia nonna. Io poi nemmeno ne mangio. Mangiavo la sua però. La mangiavo non con la bocca ma col naso, quasi. Anche mia madre a casa la faceva, ma non era come quella di nonna. Nessuna salsa lo è mai più stata. Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di magico in quel sugo. Forse era la combinazione perfetta del sale e dello zucchero. O forse i pomodori che sceglieva con cura. O forse quel modo di girarla alla perfezione, mentre per la casa riecheggiava il borbottio della padella scoppiettante. Io nemmeno arrivavo ai fornelli, piccola com’ero. E poi a nessuno era permesso mettere le mani mentre la nonna cucinava, la salsa soprattutto. Però io ero speciale, a me lo permetteva. Per aiutarmi ricordo che prendeva una sedia, mi aiutava a salire e finalmente la mia altezza combaciava con i fornelli. Mi dava il mestolo e avevo il permesso di girarla. Nel senso in cui mi diceva lei, correggendomi quando sbagliavo il senso o l’andatura.

Ai nonni penso che i nipoti associno un sacco di odori. Mio nonno ad esempio, appena il giardiniere andava via, mi prendeva per mano e mi portava in giardino. Ci sedevamo sull’erba, lì in campagna e mi diceva di respirare. Si sentiva l’odore dell’erba appena tagliata. Non credo amassi particolarmente la campagna io, sono sempre stata più un tipo da città, fin da piccola, però il nonno riusciva a farmelo amare quell’odore. Mi diceva che era l’odore di rinascita. Il prato tagliato era la metafora della vita: quando qualcosa non va più bene non si può restare immobili né aspettare, bisogna fare qualcosa. Si taglia la parte che non va bene, ma non si toccano le radici, la parte più vera e profonda di noi stessi. E come il prato riprende a respirare, anche noi possiamo riprendere a farlo. Non saprei dire se da grande sono stata così brava a rispettarla questa metafora. Ma so che l’odore è rimasto.

Però gli odori non sono soltanto così specifici: salsa = nonna, erba = nonno. Di questi possiamo averne a migliaia. Tanti odori che associamo ad una madre, ad un padre, ad un familiare caro o ad altri. Io in realtà non mi ero mai soffermata a pensare agli odori. Ho iniziato quando ne sentivo uno e non sapevo spiegare quale fosse. Mi riferivo al profumo dell’estate. Io questa stagione non l’ho mai amata particolarmente, amo il mare sì, ma non ho ricordi belli e importanti collegati. Quando è arrivata ho iniziato a guardarmi in giro, mi sentivo circondata da odori. Senza nulla di specifico. E li associavo tutti ad una persona. Che fa parte del passato. Che non fa più parte della mia vita, ma che ha reso per la prima ed unica volta nella mia vita, un’estate speciale. Forse perchè odorava di felicità, di sentirsi amata, finalmente. Allora mi sono accorta che ogni tratto d’estate, ogni raggio di sole, ogni luce di luna, ogni sera stellata, ogni frastuono di bambino e di vita fino a tardi me lo ricordava. È stato lì che ho capito che un odore può essere qualcosa di indefinito. L’odore di una stagione, senza nulla di specifico ma tutto che si associa.

Così mi sono interrogata. Ho iniziato a riflettere sugli odori indefiniti e non specifici. E mi sono accorta che sono un sacco quelli che possiamo associare.
Ad esempio c’è l’odore dei fallimenti. È l’odore di quando volevi far qualcosa ma non hai potuto, di quando ci credevi ma non è andata. L’odore di quando non ci sei riuscito.

Poi c’è l’odore della rabbia. Quando sei così arrabbiato con il mondo che vorresti spaccarlo tutto, pezzo per pezzo. Quando sei così arrabbiato che quasi non respiri. L’odore di quando vorresti urlare piangere e colpire un muro. E invece quella rabbia è così grande che non riesci a fare nulla. Quel dolore che se ne sta lì, immobile dentro di te. Ecco, l’odore del dolore. Il più forte di tutti, quello che ti resta dentro l’anima. Non credo esista un solo odore per il dolore.
Il dolore, di solito, è collegato ad un momento o ad una persona, e avrà un odore che non sarà uguale per ogni brutto momento o per ogni persona che ci ha fatto male. Però il dolore è universale. Il petto che si spacca, le gambe che vacillano, il cuore preso e frammentato. È quello. L’odore di quando credi di non farcela. Di non potercela fare. L’odore del vuoto che ti resta dopo, quando il dolore ti cambia. Ti svuota e ti fa chiudere alla vita. Anche se non glielo dovremmo permettere. Anche se dovremmo ricominciare ogni giorno come se non avessimo mai sofferto, ma non si può.
L’odore della rabbia, del dolore, della paura. Figli della stessa madre.
L’odore dell’abbandono. Non ti ho trovato più.

E poi c’è l’odore del tempo. Quando la vita ci scappa tra le mani e ci sentiamo in ritardo. Come sei arrivato fino a qui? Di già? Avevi tanti progetti, tanti sogni, dove sono finiti? L’odore del tempo che corre. Che non si ferma. Che non ti aspetta. I rimpianti ed i rimorsi. “Avrei potuto dire, avrei potuto fare”, “e se…”. E mentre pensiamo a tutto quello che non è andato, a tutto quello che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto, a tutti gli errori commessi, il tempo continua a passare. E noi ne perdiamo dell’altro.

E poi ci sono i due odori più importanti: quello dell’oggi e quello del domani.
L’oggi profuma della mia migliore amica. Lei ha tutti i profumi della mia vita. Odora di pollo al curry, di cocco e di vaniglia. Ma odora anche di Casa, di un porto sicuro, di notti tra lacrime che diventano sorrisi. Odora di mani che ti tengono. Di abbracci sentiti, pochi. Ma forti. Odora di cose mai conosciute e d’improvviso scoperte. Di fiducia. Di rispetto. Di ritorni. Di litigi e di pace. Odora di famiglia, di chi puoi contare, di chi c’è. Odora di silenzi, che non pesano perché sanno già parlare. Odora di serenità. Di racconti complici mettendo a nudo tutta te stessa. Lei ha tutti gli odori che sento in giro. Odora di Vita. Odora di Amore, qualunque forma sia.

L’odore del domani non lo conosco. Nessuno di noi lo conosce. Mi piace pensare che sia un odore bello, che la felicità si farà sentire. Che non può girare sempre contrario il vento. Ma se così dovesse essere va bene anche perché, alla fine, gli odori che ci hanno fatto più male sono anche quelli che ci hanno reso così forti come siamo oggi.
Siamo chi siamo più per il dolore vissuto che per le cose belle, e se impariamo a pensare che tutto accade per un motivo possiamo accettare qualsiasi vento contrario.

Ogni giorno come il primo

Una tra le cose che mi manca di più è quel tuo braccio enorme che mi avvolgeva e mi faceva sentire protetta.
Sai stasera, appena sono rientrata a casa, stavo togliendo gli orecchini. Ricordi che era una delle prime cose che facevo appena arrivavamo a casa? Andavo in camera da letto e li toglievo, poggiandoli sul comodino, piano piano, facendo finta di perdere un po’ di tempo, così vincevo l’imbarazzo di spogliarmi che avevo ogni volta che venivo a casa tua. Perchè ogni cosa, anche se fatta mille volte, tra noi era sempre come farla per la prima volta. Come fare l’amore, come amarci, come guardarci… ogni giorno come se fosse il primo.

Al lavoro da papà

Mi guardai intorno, quel quartiere lo conoscevo bene. Ero indecisa se dirle che una parte di me era legata a quella zona, ma decisi che era ancora troppo presto. Mi guardai un attimo intorno, quella zona mi faceva sempre uno strano effetto: proprio lì, a un solo isolato, lavorava mio padre. Per me quella zona era terreno della mia infanzia, e mi venne in mente quando da piccolina correvo fuori dalla scuola per raggiungere il negozio di papà, per stare con lui quanto più tempo possibile, anche se lui non mi guardava mai. Provai ad allontanare i ricordi e andai via.